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”La mia è una vacation permanente” proclamò gaudente Geppo. ”Certo, lavoro, e tanto, ma è un piacere farlo. Occorre solo stare attenti ai rastrellamenti.”
Sedeva in posizione yoga su un lercio tappetino, vezzeggiato dalle sue due bambine, mentre io guardavo tra gli spiragli della finestra blindata. Fuori aveva ripreso a piovere e le strade erano ridotte a un acquitrinio, ma perlomeno il vento era calato d’intensità: il pericolo di un blizzard era dunque rimandato.
”Fanno rastrellamenti?” chiesi.
”Sempre più spesso” annuì lui. Mentre la servetta di nome Trisha gli massaggiava le spalle, Geppo batteva sui tasti del suo communicator. Proseguì: ”Arrivano dentro uno di quei grandi carri a batterie cinetiche, fanno un raid e si portano via tutti gli Illeg che trovano nel palazzo. Beh, che li accolga l’inferno” si riscosse, nel vedere Misha, l’altra ragazzina, arrivare con un vassoio carico di cibarie. ”Accomodati” aggiunse rivolto a me, e gettò sul tappeto il communicator. ”Qui ci diamo alla crapula. Ooh, sì: pantagrueliche mangiate! Nevvero, moccolone?”
Si avventarono in tre sulla montagna di Rusky e di verdure che sembravano uscite da un laboratorio chimico.
”Non hai fame?” mi chiese Geppo a bocca piena.
”Beh, se permetti...” Mi sedetti come loro a gambe incrociate e spilluzzicai un po’ di quel cibo.
”La città priva di macchine è una libidine” continuò lui. ”Peccato per la sovrappopolazione e per i disordini: siamo costretti a rimanere tappati in casa per quasi tutto il tempo. Come prigionieri volontari. Ecco che cosa succede quando interi strati di popolazione sono condannati alla disoccupazione, all'inedia. Razza di sciacalli!” esclamò, agitando il pugno verso la porta. ”Ma vabbe’” si scrollò. ”Presto in questa piccionaia ci sarà più allegria.”
Gli rivolsi uno sguardo interrogativo.
”Stiamo per moltiplicarci” spiegò lui, senza smettere di masticare. ”Guarda Misha.”
La guardai. ”Beh?”
”Il suo pancino è lievitato abbondantemente, non lo vedi? E dopo di lei toccherà a Trisha.”
Le due ragazzine dall’aspetto di anoressiche risero felici. Geppo le appellava babbione, gocciolone, bietolone, ignatone, moccicone, galeone, ghiandone, moccolone, lasagnone, maccherone, palamidone; e loro gli facevano le coccole e si lasciavano ingravidare.
”Hai qualcosa da fumare?” indagai.
”Mi spiace, qui non abbiamo di questi malvezzi. Ma ora fammi vedere.”
Mentre Trisha portava via il vassoio ripulito, Geppo si pose alle mie spalle.
”Effettivamente, qualcosa c’è” bisbigliò. ”Un ragno.”
”Un... ragno?”
”Indubbiamente. E’ così che li chiamano. Hanno l’interfaccia typus dria-3 incorporato. Uhmmm... sarà difficile ma ci proveremo. Lasagnona, portami gli arnesi!”
Misha - era lei la ”lasagnona” - ubbidì prontamente: andò a prendere i ferri del mestiere di Doctor Geppo, che erano chiusi in una borsa di plastica, e poco dopo portò anche una bacinella di acqua bollente. Mentre Geppo armeggiava alle mie spalle, si ingegnava a distrarmi blaterando senza tregua: ”Sei senza domicilio? Ma lo sai che potrebbero sbatterti dentro? Ah, ah, ah! Paradossalmente, esiste ancora una legge contro il vagabondaggio. Viene applicata a seconda delle necessità, quando si vuole trovare una motivazione per arrestare un elemento scomodo”.
”No, per adesso ho casa, per così dire. Sono giù... nell’Underground.”
”L’Underground? Davvero? Dunque non è una leggenda! Mi interessa. Parlamene!”
”Vi sono capitato grazie a tre sagome... quattro, con il cane.”
”In quanti vivono laggiù?”
”E’ una popolazione enorme. A occhio e croce quanto una città di media grandezza.”
”Questo conferma le mie informazioni. E... sono organizzati militarmente?”
”Macché! No, non credo. Ahi! Fai piano.”
”Non pensarci” mi alitò lui dietro l’orecchio. ”Purtroppo non ho più il Radocyl. Due millilitri basterebbero ad alleviarti i... Tu non pensarci, semplicemente. Continua.”
”Credo che molti, in superficie, sappiano già dell’esistenza dell’Underground, ma entrarci non è facile. A parte tutto non rappresentano un pericolo per nessuno e solo per questo - presumo - vengono lasciati in pace dal regime. Si preoccupano soltanto di sopravvivere e...”
Emisi un urlo di strazio. Con una pinzetta o arnese analogo, Geppo stava rigirando il ragno nella sua alcova di carne.
Dove siamo: Strada O, tratto 1.
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