- C -
Vivevo per Lei, presumibilmente. Per Fiordaliso. Fiordaliso con le trecce nero-rossicce e i bulbi oculari lievemente sporgenti.
L’avevo acquistata a un mercato di schiavi poco prima del grande cambiamento. Fino ad allora avevo vissuto come tanti: carriera, divertimento, nottate che si concludevano con l’abbraccio a una donnetta-clone o a una deviante dal corpo cosparso di essenze varie. A quel tempo non desideravo una vera compagna, ma una specie di orsacchiotto da spupazzare a piacimento. Fiordaliso mi aveva aiutato a crescere, a maturare. Era una Exo (una creatura esotica) di bellezza trionfante, luminosa; e segnatamente dotata di coraggio e immaginazione.
"Dobbiamo lottare per l’uguaglianza di tutti. Per la giustizia!" era solita ripetermi.
Anche fuori del letto, non temeva di essere troppo sfrontata e insolente con me, che, pure, ero il suo proprietario.
"Quella straccioncella!" esclamavano i miei amici. "Chi si crede di essere? La Regina di Saba?"
Io non mi curavo dei loro commenti. Contattai le autorità competenti per dare inizio alle pratiche che avrebbero dovuto conferire alla mia amata l’agognata libertà. Poi, il patatrac. La fine del mondo. Perdere Fiordaliso mi aveva causato uno smottamento interiore, ma ancora non mi rassegnavo: l’avrei ritrovata! Volevo riaverla per ritrovare anche me stesso e riuscire ad affrontare a testa alta quella vita spaventosa da morti viventi.
Sì, tanti rivolgimenti erano avvenuti dai miei vent’anni ad oggi, cose terribili e in parte inspiegabili, ma l’immagine di Fiordaliso continuava a sostenermi. Ora che potevo essere eliminato, annientato da una mano anonima in qualunque momento, colto di sorpresa durante il sonno o accoltellato alle spalle mentre camminavo, o, ancora, divorato vivo da cani lebbrosi, mi struggevo nel ricordo di quella creatura minuta e contraddittoria ma tanto umana, tanto calda.
Dove siamo: Strada C, tratto 1.
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Un cam-bird calò improvvisamente su di me e si mise a volteggiare a pochi centimetri dalla mia faccia, strappandomi un’esclamazione di spavento. Mi accorsi di essermi avvicinato troppo a una colonna di operai, perciò mi affrettai a raggiungere il marciapiede opposto, e il cam-bird riprese quota. Osservai, senza darlo a vedere, il cammino di quegli uomini dalle cosce innaturalmente gonfie. Erano pedalatori della Macrohard. Una volta avevo provato anch’io a lavorare per la megacorporazione. Dopo i controlli di routine, fui assunto come "operator" in una delle loro Centrali di Energia. Ancora mi rivedo pedalare come un forsennato, le narici dilatate e il fiato corto. Non c’erano specchi in quello scantinato permanentemente avvolto da un lucore giallo sabbia, ma per sapere che aspetto avessi mi bastava guardare i "colleghi": nella fatica, assumevano tutti la medesima espressione. Un turno durava diciannove interminabili ore e rallentare il ritmo era impossibile: bastava azzardarsi perché una scarica elettrica attraversasse il telaio dell’energo-bici. Ogni tre quarti d’ora, dal soffitto scendeva un tubo dal quale si poteva succhiare del SynthoRusky arricchito di benzodiazepina. Dopo una settimana di quella follia ne ebbi abbastanza e non mi presentai più al lavoro. Questo significò accettare la condanna alla morte civile: era una delle clausole del contratto che avevo firmato. Scaraventato fuori dal domicilio che mi avevano assegnato, mi trasformai in fuggitivo, in Illeg.
Mena, mena, i forzati alla catena
si sgolavano entusiasticamente gli operai. In origine la canzone si rivolgeva contro di loro; voleva essere uno sfottò per chi aveva scelto (o era stato costretto a farlo) quella particolare condizione di schiavitù. Poi, la classe lavorativa l’aveva assunta come suo inno ufficiale.
Mi unii a un capannello di persone che osservava la piccola processione con sguardi carichi di astio, sebbene da distanza prudenziale.
"Beati loro!" sospirò qualcuno.
Anche se io non ero d’accordo, capii il suo punto di vista. E‘ facile sentirsi un fallito al cubo in un pluriverso in cui ti tartassano con motti del tipo: ‘Impara ad assumerti le tue responsabilità’. Grazie tante! A poterlo fare...
"Beati loro!" ripeté.
Mi volsi a guardarlo: era alto e dal fisico perfetto; unico neo: una cicatrice che gli attraversava in orizzontale la fronte. Probabilmente un superclone fuggito da un lager di ricerca.
Gli operai sono schiavi più o meno volontari, ma peggio di loro stanno i cloni: vengono trasformati in animali da macello, usati come banche-organi... e non c’è nessuno che li aiuti. Molti Illeg, se non altro, sono legati dal filo di una solidarietà reciproca, un po’ come i "bambini di strada" (una definizione che oggi fa ridere, dato che le strade ne sono strapiene). Qualcuno di noi confida nella possibilità di appropriarsi di un’identità che non gli appartiene per ricominciare a vivere "normalmente" in qualche nicchia della Subclasse. Io però non mi facevo più illusioni.
"Eh, già" borbottò un vecchio malandato che faceva parte del gruppetto di spettatori. "Ecco che vanno a costruire le piramidi..."
"Di che piramidi vai blaterando?" gli chiese un caraibico.
"Voglio dire che è come al tempo degli Antichi Egizi" ribatté il vecchio, rivolgendogli due occhi rosso fuoco insieme a uno schizzo di saliva biliosa. "Ma già, che può saperne la vostra generazione? Voi un libro non l’avete visto nemmeno con il cannocchiale!"
"Ehi, razza di zombie!" lo incalzò da vicino il caraibico. "Cerchi rogne?" Si volse verso noi altri. "Avete sentito? Ci sta offendendo."
Un energumeno dagli avambracci pelosi gli diede immediatamente ragione. "Parla strambo, questo rudere del Katz!" esplose a pugni stretti.
"Proprio vero! Dàgli addosso!" si levarono altre voci.
Il vecchio cercò di raccattare rapidamente le sue cose per tagliare la corda, ma quattro o cinque tipi gli saltarono addosso e presero a menarlo di santa ragione. Io, chissà perché impietosito, pensai di intervenire in sua difesa, ma già dopo qualche secondo il gruppetto si era sciolto e sulla scena rimase soltanto la vittima a rantolarsi sanguinante a terra, ora priva della roba che si trascinava appresso, oltre che delle scarpe e di parte del vestiario.
Mi dileguai mentre un cam-bird planava sul luogo. Mi fermai una ventina di metri più in là finché non vidi arrivare un carro delle Unità Sanitarie. Ne scesero due tizi grassottelli che gettarono il vecchio dentro il veicolo già strapieno e lo trasportarono via.
Di certo all’ospedale non si sarebbero preoccupati di prestargli le cure del caso, ma gli avrebbero sottratto gli organi ancora funzionanti. In seguito, i suoi resti sarebbero stati infilati nell’Impastatrice oppure inceneriti per ricavarne fosforo. Comunque, era meglio per lui finire così che giacere agonizzante sul bitume ed essere divorato dai ratti. O rimanere in vita fin quando sarebbero arrivate ben altre bestie... I ratti sono abbastanza voraci, ma di notte è peggio: branchi di cani scorrazzano per la città come lupi affamati e mangiano tutto quanto riescono a strappare al ghiaccio e al fango.
Mena, mena, i forzati alla catena.
Inconsciamente, mi ero messo a seguire la colonna di pedalatori. Quando uno dei Koloss girò la testa e mi scrutò con i suoi occhi (due vuote fessure), me ne distaccai repentinamente. Imboccai il viale C, in fondo al quale ardeva, bassa sull’orizzonte, la doppia sfera infuocata del sole. Mentre mi proteggevo gli occhi con una mano, venni assalito dalle rimembranze di un’esistenza tranquilla e di sentimenti sciupati con troppe parole.
A dispetto di tutto, qualcosa continuava a reggermi, a darmi la forza di andare avanti...
Lo sapevo: a non farmi demordere era la futile, sciocca speranza di rincontrare Lei. E di riabilitarmi ai suoi occhi così strani.
Dove siamo: Strada B, tratto 3.
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Che anno è? E’ l’Anno di Oggi. L’incubo perdura da decenni, ma io, al contrario di tanti altri, continuo a non concepirlo. Per me rappresenta un’immeritata catarsi iniziata quando avevo venti, ventuno anni. Cerco di consolarmi facendomi vanto di aver vissuto perlomeno uno scampolo di gioventù, mentre tutti quelli più giovani di me... potranno mai perdonare ai loro genitori di averli messi al mondo in quest’epoca terminale? Naturalmente esiste una classe privilegiata che risiede, ben protetta, nei quartieri alti, in casamenti coperti con teli antiradiazioni. E finanche gli operai ammassati nei loro ghetti sono da annoverarsi tra i fortunati: sebbene vengano pagati con denaro virtuale, praticamente inservibile, posseggono un alloggio (in qualche orribile prefabbicato, ma meglio di niente), usufruiscono di assistenza sociale e covano la speranza di poter godere in futuro dei vantaggi dei pensionati. (Per alcuni, il vocabolo "futuro" conserva tuttora il suo significato.)
Il grosso della popolazione è costituito da senzatetto, randagi e mattoidi cronici. Ciascuno si lascia dietro una banderuola di puzzo, fissa con odio i picchetti di sorveglianza ed è pronto a strangolare il prossimo per una porzione extra di insipide gallette. Quelli della mia generazione si radunano di nascosto per evocare i "bei tempi" di prima della Rivoluzione e intonare nostalgicamente una delle vecchie canzoni messe all’indice dalla censura. Io... forse ero già morto e lo avrei appreso per ultimo.
Dove siamo: Strada B, tratto 2.
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- B -
"Buona sorte, signore!" mi approcciò una bambina con voce di donna matura.
Sotto il caschetto di capelli biondi aveva occhi neri come l’ebano che ne tradivano la provenienza mongoloide; il suo sorriso mancava dei denti superiori.
Sembrava una simpatica apparizione in quel fluttuare di gente di ogni razza ed età, in quell’alternarsi senza sosta di sagome che affioravano nella marea spaventosa per poi tornare a esserne inghiottite. In altri tempi la si sarebbe effettivamente giudicata carina e inerme. Ma io la evitai, prendendo il largo e tenendola costantemente d’occhio. Una delle regole fondamentali dei nostri giorni è: diffidare sempre di queste piccole pesti.
A fitte schiere oppure isolati, i bambini pattugliano il labirinto di strade dell’ex Manhattan. Ti vengono incontro con la mano tesa, criminali nanerottoli che ti si avvinghiano per rubarti quel poco che possiedi. Megabande di minidelinquenti. Frombolieri, tiratori con le cerbottane... A volte bombardano le persone con escrementi, se queste non si fermano a spendere un obolo. Ma i solitari sono i peggiori: si può star certi che sono portatori di qualche malattia (e non mi riferisco alla tubercolosi, che ce l’hanno tutti); di solito aggrediscono i malcapitati con una siringa sporca del proprio sangue...
Svoltai l’angolo mentre dal minareto più vicino risuonava l’ha’hallah che salutava il nuovo giorno.
Era un mattino di caldo inesorabile, nonostante l’estate fosse già trascorsa. Sul bordo inferiore del cielo giallastro ardeva un sole strano, che sembrava essere formato da due dischi sovrapposti. Già molti, tossendo e sputando, si lamentavano per la sete; e intanto si affrettavano verso Times Square o il Village, dove, con un pizzico di fortuna, avrebbero ricevuto la loro razione di acqua.
Nella mia borraccia ce n’era ancora un po’, conservata dal giorno precedente: decisi di farmela bastare, per evitare il tremendo parapiglia davanti alle botti.
Il caldo lo soffrivano principalmente - ovvio - i vecchi, quelli nati nel 2000 o giù di lì. Caldo e freddo intensi: la dannazione degli anziani. Loro erano condannati. Stavano un poco in piedi come alberi nella palude e dopo venivano travolti, affondando nel nulla.
Ormai non esistevano più le cosiddette stagioni miti. Per questo era importante, segnatamente per i più fragili, trovare un riparo, e fosse pure l'antro di un grattacielo semidiroccato. Ma anche per quello occorreva lottare, vendersi, vendere una parte di sé (tramite espianto di un polmone, di un rene...).
Alzai lo sguardo. A est, pennacchi di fumo grigiastro si elevavano pigramente verso il cielo. Fiamme! A non più di tre o quattro chilometri, stimai. Ribelli, senza ombra di dubbio. E ripensai, inevitabilmente, a mio fratello Joe.
Quando eravamo bambini, Joe mi parlava di voler abbandonare la Città dell'Alfabeto. E ciò malgrado vivessimo negli agi. Io non ero d’accordo con lui; non ero dotato della sua lungiveggenza. Gli chiedevo:
"Ma dove vorresti andare?"
"In Europa!" ribatteva Joe senza tentennamenti. "Là c’è l’autentica vita..."
Qualche anno dopo fu una disfatta per lui apprendere che l’Europa era un mare di rovine. Lo deploravo anche io, a dire il vero: un altro sogno che si infrangeva.
"Beh, allora il New Jersey!" si impuntava mio fratello, lungi dal volersi arrendere. "Tu non ti tirerai indietro, giusto?"
"Da soli non ce la faremo mai" protestavo, sapendo che era così. E d’altronde non mi aggradava l’idea di lasciare il comodo nido paterno. Gli rammentavo: "Noi non apparteniamo a nessuna razza o religione, Joe". In tutti gli States spadroneggiavano gruppi organizzati di neri, di Aryan Nation, di islamici...
"Formerò il mio proprio gruppo!" proclamava il fratellino con un lampo di fierezza negli occhi.
"Tu?" lo prendevo in giro, dandogli un doloroso buffetto.
Mi chiedo se ce l’ha fatta. Joe era molto diverso da me, ma quando sparì, o fu fatto sparire (io e i miei non venimmo mai a sapere la verità), mi sentii fottutamente solo. Poi, ritrovandomi ad affrontare la vita di strada, il mio primo pensiero fu di andarlo a cercare nei territori dell’entroterra. Ma dovetti prendere atto che ai confini della città erano dislocati drappelli armati che sparavano a vista: impossibile uscire da Alphabet City. Impossibile raggiungere una delle confederazioni di stati e staterelli nate al di là del Mare della Putrefazione. Già riuscire ad attraversare quell’esteso territorio (il Mare della Putrefazione era una foresta fungifera che emetteva miasmi velenosi) era impresa disperata. Per questo, da allora, faccio l’urbenauta.
Dove siamo: Strada B, tratto 1.
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Avanzai nella caligine (fumo? nebbia?) che pareva svilupparsi direttamente dalla canalizzazione. In cima a un grattacielo scorreva un’oloscritta: "La radioattività è calata dello 0,77 per cento. I valori medi di krypton 85, cesio 137 e stronzio 90 sono ai livelli normali..." Bugiardi.
Scavalcai i corpi distesi sull’asfalto. Almeno un milione di persone riempivano quella che una volta si chiamava Park Avenue. Vidi una ragazza abbracciata al suo ganzo; sotto la gonna di stracci, non indossava alcun indumento intimo. L’orrore e la vergogna sono sensazioni che ormai non percepisce più nessuno. Rimane il rimorso. Ma rimorso di che? Dopo la peste del ‘42 e la crisi del ‘47-’48 con conseguente crollo delle Borse, ci aveva pensato Mister Info a ripristinare l’integrità di tutti i sistemi. Qualcosa però non aveva funzionato: la nostra prima era la società del caos organizzato, ora è quella dell’ordine caotico.
Uno dei dormienti che avevo appena scavalcato scattò in alto: un ragazzo dai capelli rossi con un bersaglio tatuato in mezzo alla fronte. "Com’è finita?" mi chiese. Probabilmente stava ancora sognando.
"E’ finita" gli risposi semplicemente.
Lui mi guardò stranito, poi scrollò la testa.
Passai via, riflettendo che il ragazzo forse si riferiva all’ultima partita di panzerball. Come avevo letto su Ombre Contro, avevano vinto i Gialloverdi: duecentodieci morti a ventisette. Ma io non ero un appassionato di sport. Non di quello, ad ogni modo.
Guardai in fondo alla marea brulicante: molti si stavano rimettendo in moto. Al contrario degli operai, che marciavano sicuri spalleggiati da due schiere di Koloss (specie di scarafaggi antropomorfi), gli sbandati procedevano come drogati. E forse lo erano. La maggior parte di loro scelse una direzione precisa: quella del porto.
Una volta di più, provai pietà per l’interminabile processione di desperados in fuga verso il mare. All’inizio le forze governative avevano tentato di arginare il triste esodo, ma il numero dei fuggitivi era cresciuto in modo tale che ormai nessuno poteva più far fronte al fenomeno. Sulla costa, si vociferava, non c’era la salvezza. Anzi, lì sarebbe addirittura peggio: zeppo di individui male in arnese, molti dei quali sbarcati da altri continenti, da terre in cui la situazione era ancora più disastrosa che da noi. E sulla costa, si vociferava, si ergeva l’Impastatrice, un mastodontico macchinario che sfornava il Rusky (nostro cibo principale). "Da dove credete" si vociferava, "da dove credete che deriva la materia prima per quello schifo che ci si attacca ai denti e non vuole farsi inghiottire, eh?"
E’ il mio incubo personale, questo. Benvenuti e... buona sorte!
Dove siamo: Strada A, tratto 2.
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