Impossibile stabilire le dimensioni della catacomba. Era strapiena. Un paio di volte tentai di misurarla con i passi, ma andavo sempre a sbattere contro una barriera di corpi. Perciò me ne stavo quasi sempre seduto con il capo reclinato sulle ginocchia. Da come rimbombavano le voci, credo che la grotta (altro non era, infatti) non misurasse più di cinque metri per lato. I muri trasudavano. Ogni tanto una goccia di acqua condensata si staccava dalla volta e mi cadeva sul volto. Ad un certo punto tirai fuori dalla sacca il mio communicator e cercai di scrivere un articolo per Ombre Contro, ma smisi subito quando venni circondato da tanti Exo, che erano stati attratti dalla lucetta del display. Alla mia destra si era accovacciato un levantino che tentò di scambiare con me qualche parola, ma il suo inglese era pessimo e dopo qualche frase lui stesso ci rinunciò. Alla mia sinistra sedeva un deviante con le appendici prodigiosamente gonfie e - come ci tenne a mostrarmi - sprovvisto di lingua. La sua bocca sembrava quella di un cane mutilato; riusciva a emettere unicamente suoni inarticolati.
Aggrappato al mio zaino-sacca, dormii a lungo per due volte (il sonno repentino che mi coglieva di tanto in tanto non lo metto in conto: mi risvegliavo con un sussulto dopo appena pochi minuti); ma non posso giurare che fossero intercorse veramente due notti da quando mi avevano rinchiuso in quel girone dell’Inferno dantesco. Avrei potuto controllare il passare del tempo con l’orologio interno del comunicatore, ma ero riluttante ad accenderlo per paura che me lo scippassero.
La distribuzione di acqua e Rusky avveniva una o due volte ogni ventiquattro ore; di solito, poco prima che ci trascinassero, incatenati, sul podio. Già, perché a partire dal terzo giorno o giù di lì incominciarono le nostre esibizioni... Il cancello si apriva e due guardiani armati di fruste laser ci sospingevano verso la luce. Molti allora si schermavano gli occhi; esseri creati per vegetare nel crepuscolo.
Dove siamo: Strada E, tratto 2.
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- E -
Tornai in me dentro un fetido carcere sotterraneo. Ero rinchiuso insieme a numerosi altri uomini. Le donne - come appresi in seguito - si trovavano in una cella separata, più larga della nostra. Fiordaliso... apparteneva forse a lei la voce che, dietro spesse mura, urlava più forte di tutte le altre?
Lo scompiglio nel mio cervello era svanito, ma la nevralgia alla spalla si era gradualmente acuita. Mi massaggiai la scapola; ritirai le dita e le vidi impregnate di mucopus. Sulle prime pensai che la notte prima, nel sonno, fossi stato beccato da un uccello rapace. Strano, però. Di solito nella Città dell’Alfabeto gli avvoltoi sono docili e si limitano a straziare, davanti ai nostri occhi caccolosi, un qualche cadavere fresco. Poi ragionai che più probabilmente, durante il mio tentativo di avventarmi sul Gobbo, un vigilante mi aveva sparato con l’elettromorfica. Era stato un bene per me che non avesse usato un disintegratore neutrinico.
Misi a fuoco le pupille e scandagliai la cupa penombra. Nel fondo della grotta c’era un moribondo che gemeva sullo strato di segatura lurida, il torace squarciato come dall’interno. Nessuno si peritò di aiutarlo, nemmeno io: non serve a nulla rischiare di infettarsi per allievare le pene di chi, tanto, è già spacciato.
In un mondo come il nostro, è inevitabile che la vigliaccheria e l’indifferenza vengano elevate a norme di vita.
Il mio pensiero riandò alla Siriana. A quel suo istante di esitazione per timore che io la rifiutassi. Era colpa sua se ora mi trovavo in un simile pasticcio. D’altra parte, comprendevo il suo dramma. Guai se smetti di ridere. Guai se uno solo dei pretendenti passa oltre per infilarsi in una delle baracche della concorrenza: il tuo protettore è pronto a spezzarti un braccio. A ogni buon conto, non avrebbe dovuto appiopparmi la bevanda drogata: avrei renumerato lo stesso, in modo adeguato, le sue prestazioni. Beh, comunque ora eccomi qui: uno schiavo! Ma, ironia della sorte, di nuovo vicino a Fiordaliso.
Non sentivo più la sua voce. Era stato il mio nome, Alvo, che lei aveva implorato? Chissà. Forse mi ero sognato tutto quanto.
Nella grotta-prigione il fetore era insopportabile. Molti dialogavano in lingue e dialetti a me sconosciuti: Exo. Il tempo scorreva lento e nessuno si approcciava a me, nessuno mi rivolgeva la parola. Stavo perlopiù seduto sulla nuda terra. A intervalli molto lunghi si apriva uno sportelletto di metallo collocato in alto su un muro e ci veniva lanciata qualcosa per rifocillarci. Cominciava allora una lotta selvaggia. La prima volta che la penombra fu sostituita da un’oscurità totale, paragonai quel luogo a un mare chiazzato di nafta e cosparso di relitti galleggianti fra le onde. Io ero uno dei relitti.
Ma il mare era stato ben diverso, una volta. (Parlo logicamente di un’eternità fa.) Era sporco, ma non così. Dopo ci fu la peste, il Crollo; e l’esplosione nucleare sulla costa del New England. L’esplosione generò un impulso elettromagnetico che mise fuori uso la stragrande maggioranza delle infrastrutture elettroniche, riducendo gli Stati Uniti a una sorta di Terzo Mondo economico. Fu Mister Info (la cui figura era circondata da un alone di magia e sacralità) a rimettere in piedi il sistema. Infatti: eccoci, noi quanti siamo. Figli del miracolo della civiltà post-(o neo-)tecnologica.
Dove siamo: Strada E, tratto 1.
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- D -
Il vino doveva contenere del narcotico: mi sentivo stordito. La Siriana si riallacciò la panciera e uscì a cercarsi il cliente successivo.
Anziché oggetti per un valore di venti piastre (già: le vecchie, buone piastre; chi se le ricorda?), dalla mia sacca ne aveva sottratti tanti di più. Tra le altre cose, un accendino ancora funzionante e un orologio cui mancava solo la lancetta dei minuti. Mi ero opposto debolmente, ma lei mi aveva messo a tacere usando con abilità le mani, la bocca, i fianchi.
Drogato, barcollai nella luce stridente del mattino. C’erano bestie che strisciavano sul ventre come serpenti e mostravano un volto da scimmia o un dorso da porco. Un lestofante cercò invano di strapparmi lo zaino. Fortunatamente conosco l’arte del Jit Su Do e, sebbene stoned, riuscii a difendermi. Poco più in là fui urtato da un paio di ragazzotti. Finii a terra e, strasciconi, mi sospinsi verso la traversa designata con la lettera ‘D’, una viuzza meno strepitante. E fu lì che rividi Lei.
Credetti sulle prime di avere le traveggole. Rizzatomi sulle gambe, mi avvicinai ulteriormente. Non si trattava di un’allucinazione: era proprio Fiordaliso.
La mia dolce schiava di un tempo presentava adesso un viso scavato dagli interminabili anni trascorsi con le catene alle caviglie. Si trovava all’estremità di un podio improvvisato, davanti a cui si accalcava una clientela rognosa. L’imbonitore gobbo decantava la bontà vera o presunta della merce - in gran parte di genere femminile, devianti e meno - e intanto invitava i presenti a tastare seni, ad appurare di persona la saldezza delle dentature. Quando Fiordaliso incrociò il mio sguardo, fu presa da una paura inconsulta. Diede uno strattone alle catene, tornò a fissarmi attraverso una maschera da Mater Dolorosa e poi, inaspettatamente, venne assalita da un’isterica ridarella. Notai la macchia di umido che si allargava sul suo sari e il fiotto che le scivolava lungo le cosce.
L’attenzione degli astanti si spostò dalla sua parte. Anche il Gobbo si accorse che qualcosa non quadrava. Andò verso di lei, sbraitò: "Carogna!" e le appioppò un violento manrovescio. Poi un altro e un altro ancora.
Vidi tutto questo attraverso una nebbia rossiccia. Non avrei dovuto bere il vino della Siriana. La mano del Gobbo si trovava ancora a mezz’aria. Balzai in avanti urlando: "No!"... Ma con la nausea sopravvenne il buio.
Dove siamo: Strada D.
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Sul viale C il marasma era, se possibile, finanche maggiore. Stimati i rischi, mi addentrai senz’altro nel bailamme. Su entrambi i lati le baracche si addossavano alle fiancate degli edifici, alcuni dei quali (a giudicare dai molossi uniformati che piantonavano le entrate) erano sedi di corporazioni. Tutte, ovviamente, filiali distaccate della Macrohard.
Dietro la facciata di organizzazione perfetta e padronanza di alta tecnologia, si spalancava - e si spalanca - un vuoto pauroso. Non è stato il know-how ad aiutare la scalata della Macrohard, ma la volontà di potenza del suo capo e dei suoi collaboratori-scagnozzi. Dopo aver assimilato tutte le aziende e comprato le principali patenti di clonazione, Mister Info & Co. diedero inizio ai loro esperimenti. Ora, paradossalmente, molti di quegli esperimenti si accalcavano davanti ai templi supertecnologici. Una processione vociante di esseri deformi riempiva il viale: uomini e donne che assomigliavano a statue mutilate, molti senza braccia, altri senza gambe... alcuni presentavano teste trasparenti, come se i tessuti, le ossa e i muscoli fossero di vetro, e altri, infine, avevano il corpo divelto, squassato. Eppure, apparentemente non provavano impaccio per la loro condizione.
Avevano eretto le baracche usando i materiali più disparati, aiutati da persone dalle sembianze normali: rifugiati, ricercati, ribelli sconfitti ma non domati; e anche piccoli criminali, sfruttatori della prostituzione... Conoscevo la funzione di molte di quelle baracche, anche se c’ero stato non più di due, tre volte negli ultimi anni. Il ricordo di Fiordaliso aveva risvegliato un certo solletichio ai miei lombi... In altre parole: contavo di spegnere le fiamme che ardevano in me con l’ausilio di una vulva.
L’aria sapeva di olio fritto; ma era, più verosimilmente, grasso di macchina riciclato, impiegato a scopo culinario. Il Rusky si può cucinare in mille modi, anche se è nato per essere preso a morsi come una tavoletta di cioccolato. Scavalcai un cagnaccio che dormiva con la testa sotto la coda e vidi... là... davanti al solito antro oscuro... la Siriana.
La Siriana si accontentava di un obolo sotto forma di oggetti riciclabili. Con quella sua bocca dalle grosse labbra crettate canzonava sgrammaticamente chi passava oltre. Mi fermai davanti a lei mozzando uno dei suoi urli offensivi e le sue picee pupille mi guardarono interrogativamente. "Cosa mi dai?" domandò rozzamente, sbirciando con avidità il mio zaino. Si aspettava che la rintuzzassi, che come altri "clienti" andassi a sfogare i miei istinti presso un mutante o una prostituta più giovane. Non celò la sorpresa quando invece sgusciai oltre di lei e penetrai nel suo misero gineceo.
Profumi sintetici mi solleticarono le narici. Curry, Miristica fragans: le mie mucose palpitarono, pronte a lasciarsi inondare. Sorridendo storto, lei tirò il lacero tendaggio che ci separava dal mondo, poi mi venne accanto, sfiorandomi il fianco, e si sfilò il vestito dalla testa. Tremando come intirizzita, si versò un liquido che assomigliava a vino e riempì una tazza anche per me. Infine si gettò sulla brandina; anfora scalfitta nella penombra insana.
Dove siamo: Strada C, tratto 2.
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