Alphabet City

Il romanzo "Città dell'Alfabeto" interamente online!

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domenica, 28 maggio 2006

- G -

 

Impazzivo o ero già pazzo? Potevo sperare, finalmente, in un nuovo inizio. Trascinati come fiere, io e Fiordaliso ci lanciavamo guizzanti occhiate. Non potei fare a meno di dedicare al nostro salvatore un sincero: "Grazie, Mister!"

Il tizio però non si diede la pena di rispondere, e continuava a strattonarci per il collare come se avesse una fretta del diavolo. In questo modo risalimmo le vie di Alphabet City; uno scenario perturbatissimo, dove il nostro passaggio non poteva incuriosire nessuno.

Alphabet City non fu mai una vera e propria città. Nata come rione periferico dell’antica N.Y. (The Big Cucumber), un rione dimesso, provvisorio, tanto di poco conto che alle strade erano state assegnate consonanti e vocali invece che nomi, si era progressivamente gonfiata fino a inghiottire ogni cosa. Un enorme mostro di cemento al cui interno regnava un’unica legge: quella della confusione, della violenza, della totale provvisorietà, accresciute - anziché essere tenute alle strette - da Koloss e Vigilantes assortiti.

E, malgrado l’anarchia e la miseria che vi regnavano, questa megalopoli era divenuta l’indiscussa capitale di entrambi gli emisferi.

L’Avenue G rappresentava, se si vuole, la nuova roccaforte dei ricchi. Passammo attraverso svariati posti di controllo elettronici e io e Fiordaliso fummo sottoposti a una doccia di neutrini, prima di essere introdotti nell’atrio di un palazzo coperto da un telo antiradiazioni. Qui ci si fece incontro un giovane individuo che, a una seconda occhiata, si rivelò di sesso maschile. Il ragazzo squadrò Fiordaliso e, immediatamente, un filo di bava gli comparve su un angolo delle fauci. Si avvicinò al signore che ci aveva comprati - suo padre, come non stentai a capire - e, gorgogliando alcune parole, gli tolse di mano la catena che legava la mia amata. Quando accennai a fare un passo in avanti, il giovane smise di gongolare e inalberò un cipiglio intimidatorio. Osservò oscuramente: "A mamma lui piacerà di certo". E nitrì alto.

Fremente di rabbia e malinconia, seguii con gli occhi il ragazzo viziato e ben nutrito che si portava nella sua stanza la sventurata Fiordaliso, più spingendola con i piedi che tirando. I suoi di lei occhi con la loro spiccata globosità, e le trecce che stavano in posizione quasi orizzontale dopo la doccia di neutrini... Povera, povera amica mia, la pelle bruna di una razza disgraziata e la lingua di una cultura di secoli sepolti! Pare che non ci sia nulla da fare: poiché il tuo corpo è così ben fatto e i tuoi sguardi alterano la respirazione di un uomo, il tuo destino sarà sempre quello di merce vendibile, di un bibló da usare e poi scaricare.

Quante volte ti avevo posseduta, nella luce parallela di pomeriggi oziosi, io stesso compratore, io stesso usufruitore! Innamorato della tua persona però, del tuo orgoglio indomabile. Prima di me c’erano stati molteplici altri, per lo più vecchi decrepiti, schifosi a vedersi. Ti avevano trattata abominevolmente, come tu mi raccontasti; e io che non volevo sentire nulla, io che mi tappavo le orecchie! Oh, saresti dovuta essere tu la donna della mia vita, tu la mia dolce sposa esotica, la mia gattina... Ma ci avrebbero mai concesso la felicità? Avrebbero mai accordato un matrimonio "misto"?... Allora non riuscii a sapere la risposta a questi quesiti, poiché io stesso caddi in disgrazia: insieme al resto del mondo conosciuto.

Ad un certo punto la giostra si era messa a girare vorticosamente, ognuno stabiliva la propria misura, sorsero nuovi parametri... polverizzazione della realtà. E la rovina definitiva di Wall Street.

Un forte strattone interruppe la ridda delle mie riflessioni. Per me iniziò un penoso cammino lungo lustri e interminabili corridoi.

 

Dove siamo: Strada G, tratto 1.
(Per saperne di più clicca qui.)
 

 

 

postato da: alphabet alle ore 15:40 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp
mercoledì, 10 maggio 2006

Come le guardie uscirono, vomitai sul corpo agonizzante vicino a me e poi risi, risi fino a che il mio viso non si inumidì di lacrime. Temevo di non poter superare una seconda seduta punitiva. Volevo vivere, vivere. Perciò ridevo. Trascinai la mia risata da matto pure sul palco, dove mi ritrovai nonostante i profondi segni che le frustate mi avevano lasciato sulla schiena. Le mie catene erano state accorciate, gli anelli ai polsi e alle caviglie ulteriormente stretti. Logico: desideravano evitare nuove sorprese da parte mia.

Sollevai uno sguardo da cane bastonato. Fiordaliso si trovava sul lato più distante della pedana e aveva evidentemente paura di volgersi verso di me. Ridevo, ridevo... Naturalmente, una tale manifestazione di nervosismo faceva spiccare la mia sagoma tra quelle, oscure e desolate, degli altri schiavi in vendita. E la mia risata ottenne un risultato insperato: un uomo dall’aspetto distinto incominciò a fissarmi con ostinazione. A un dato momento si appressò al palco e mi si pose dinanzi. Mi guardò, mi guardò.

Mi guardò.

"Prendi anche la mia amica!" gli latrai sul volto. "E’ la penultima... no, la terz’ultima della fila... laggiù."

Uno dei piantoni si girò con aria sospetta. "Che cosa...?" Ma, senza pronunciare parola, il cliente già sfoderava il borsello e lanciava un paio di pepite d’argento al Gobbo cui apparteneva l’intera baracca. Quindi sembrò esitare, squadrò Fiordaliso, sborsò altre tre pezzi d’argento e ci prese entrambi per il collare (me e... Lei! insieme!), sparendo con noi nel labirinto di vie secondarie. A dispetto dei dolori, risi di nuovo: per la gioia, stavolta. 

 

 Dove siamo: Strada F, tratto 2.
(Per saperne di più clicca qui.)
 

 

postato da: alphabet alle ore 13:00 | link | commenti
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