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domenica, 25 giugno 2006

L’atteggiamento supino, di testarda indifferenza che avevo assunto, pareva sbalestrare Margot. Come mai non rispettavo le regole del gioco? Come mai non ero nervoso, intimidito? Se non da lei, almeno dallo sfarzo degli ornamenti, dalle preziose anticaglie, dalla situazione medesima, insomma da tutto?

“Come ti chiami?” mi domandò, con un tono di voce sconsideratamente alto.

“Alvo.”

“Non sei un rivoluzionario, spero.”

“Che cosa intendi con rivoluzionario?”

“Sì, insomma. Uno di quelli.”

“No, non credo. Non proprio.”

“Rivoluzionari. Ah! Quali pretese possono accampare?”

In realtà, di rivoluzioni ce n’erano state più d’una, e, se suo marito si ritrovava ricco, lo doveva proprio al fatto che durante l’ultima si era schierato dalla parte giusta. Ogni cambiamento radicale crea una nuova classe di oligarchi o, comunque, di potenti. Rivoluzione? Nel gergo comune si preferiva dire “cambiamento”. La politica si nutriva ancora di ideologie, ma i vocaboli avevano perso il loro significato originario. Ognuno di essi implicava la trappola dell'iperbole, del triplo senso.

“Hai fame?” inquisì Margot. Senza attendere risposta, andò all’interfono e mormorò un ordine. Poi mi invitò a sedermi su una poltroncina dai braccioli artisticamente intagliati. Lei stessa si adagiò sul lettone, che occupava circa un quarto della stanza. “Devi essere buono con me” asserì dopo un po’. “Mooolto buono.” E sfarfallò con le ciglia.

Mi sbagliavo o questa Venere sfiorita stava civettando?

“Altrimenti” proseguì, “mio marito ti consegna ai Vigilantes.”

Beh, se stava civettando lo faceva in maniera alquanto rude. I Vigilantes! Uhm. E perché mai?

Coraggiosamente, scrollai le spalle. “Non sono né un ladro né un assassino” sostenni. “Pertanto, madame, non ho nulla da temere.”

“Ah!” esclamò lei, sarcastica. Ma si notava benissimo che un’insolita inquietitudine si era impossessata del suo sistema neuro-ormonale. Schizzò in piedi e andò in su e in giù per la camera. Dimenava il sedere apposta per piacermi, lo sapevo. 

Un cuoco ciccione entrò, depose sul tavolinetto un vassoio carico di cibarie e lasciò la stanza senza neppure degnarmi di un’occhiata.

Così potei ristorarmi: scaloppe di tufo al vino, insalata con plast-tonno e, per finire, torta al quark; il tutto innaffiato con un rosé synth generosamente aromatizzato. Un pranzo come non ne avevo più gustato da secoli. “Che bon vivant!” rise la donna mentre io mi asciugavo la bocca con il tovagiolo. Sembrava strabiliata per le mie buone maniere a tavola. “Ma chi sei? Che lavoro facevi... prima?”

“La mia professione? Ereditiere” le rivelai.

Rise più forte, divertita. Stavo protestando: “Ma è la verità, porca mis...!” quando le prese l’impeto di buttarmisi addosso.

 

Dove siamo: Strada H, tratto 3.
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postato da: alphabet alle ore 12:05 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp
venerdì, 16 giugno 2006

Immerso nell’acqua calda e profumata, circondato da un manipolo di avvenenti - anche se rifatte con il ceroplast - signore che leticavano su chi di loro dovesse strigliarmi, mi sfiorò il sospetto di essere capitato in un prostibolo di lusso, in un tempio delle natiche. Ma naturalmente non era così. Ero io, io, l’oggetto dei desideri; nientedimeno.

Ero arrivato lì fetido, con i capelli tutti ingarbugliati, una camicia con pochi bottoni e i risvolti dei calzoni sfilacciati. Dopo che mi ebbero asciugato e fatto indossare un soffice pigiama di lanina rossa, riconobbi, osservandomi allo specchio del canterano, il me stesso che ero stato anni prima: un giovanotto simpatico, dagli occhi profondi e buoni, la mascella forte (ora ricoperta da una spessa barba) e il naso regolare. Non potei evitarlo: scoppiai in lacrime. Era da tanto che non sapevo più che aspetto avessi.

Le quattro siliconate si prodigarono in carezze e in parole di conforto. Mi fu subito chiaro che la visione di un uomo della mia stazza che piagnucolava non faceva che accrescere la loro libidine. Difatti, continuarono a titillarmi pure dopo che mi fui calmato. D’un tratto Margot pose fine alla messinscena, cacciando via le amiche come se fossero delle papere in un’aia: "Sciò, sciò!" Infine, rimasta sola con me, prese a fissarmi di sbieco, con un’aria bizzarra, direi pressappoco di livore. E taceva.

Quella maniera di starsene zitti doveva essere una peculiarità dell’intera famiglia. Poco prima la lingua le era quasi cascata di bocca per la contentezza, e ora questo silenzio...

Non sapendo che altro fare, mi guardai intorno. L’ambiente sembrava essere stato sfornato dal Tuttotronic, la mitica macchina che soddisfa ogni desiderio. La camera di Margot era di un fasto che cercava il suo uguale; non mancava nulla. Mi ricordava quasi la casa dei miei... Eccola, dunque, la mia nuova prigione. Di gran lunga preferibile, mi dissi, alla catacomba del Gobbo.

Dove siamo: Strada H, tratto 2.
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postato da: alphabet alle ore 17:45 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp
sabato, 10 giugno 2006

- H -

 

Il padrone di casa persisteva a non profferire sillaba, rimanendo sordo a ogni mia domanda. "Il mio zaino, Mister" gli dicevo. "E’ rimasto nella cella. Mi serve!" Lui, niente. Non si era ancora degnato di liberarmi dai pesanti ferri. Camminava veloce rivolgendomi la schiena e tirava, tirava. Una marcia sfibrante. Calpestando tappeti pregiati, passammo tra statuine d’oro e di turchese, per arrestarci finalmente davanti a una robusta porta di autentico legno. Bussò.

"Avaaanti!" risuonò una voce stridula.

Una vasta camera da letto. Margot, la moglie del padrone di casa, era in vestaglia di seta ed esternava un’espressione irritata: il nostro arrivo aveva interrotto il suo chiacchiericcio con le amiche. Quest’ultime erano in tre; tutte, come Margot, in età matura e abbigliate alla stregua di comparse per un film sul Liberty.

"Ma guarda!" esclamò la gran dama, dopo aver messo a fuoco il suo sguardo. Mi squadrò ben bene, quindi lanciò un’occhiata d’intesa al consorte, che si ritirò con un amaro sorriso. Dopo di che, mi si pose dinanzi per meglio studiarmi. Potevo percepirne sul torace l’alito alla menta.

Come falene attratte dalla luce, anche le altre accorsero; sentii le loro mani dappertutto. Dita sapienti, giocherellone. Una mi soffiò sulla faccia il fumo di una sigaretta dolciastra... Mi trattavano come un esemplare da esposizione. Mio malgrado, essere oggetto di tanta curiosità finì con l’eccitarmi terribilmente. Le mie catene si tesero nello spasimo dei muscoli. Fiutai l’aria, che era satura di odori vari, tra i quali il profumo di droghe combuste. Naturale. Datevi a due o più vizi. Un vizio solo è troppo. Un vizio solo è pericoloso.

Con mio sollievo, Margot prese a liberarmi dai degradanti finimenti. Mi massaggiai il collo e i polsi. Poiché le tre amiche continuavano a complimentarla per la sua fortuna ("Un uomo così e un uomo cosà... un autentico maschio!"), lei fu assalita da un attacco di loquacità. Io non capivo niente, tanto ero stonato. Finché non captai la parola "bagno" e mi accorsi che stavano spogliandomi dei miei stracci.

Dove siamo: Strada H, tratto 1.
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postato da: alphabet alle ore 11:45 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp