- I -
Per sopravvivere, l’uomo ha bisogno di tre involucri: la pelle, il vestiario e un’abitazione. E’ la necessità di procacciarci queste ultime due cose che ci costringe a diventare attivi, a darci intensamente da fare. Così, ci autoimprigioniamo in quella che una volta veniva definita “la morsa del lavoro” e che con gli anni, quale conseguenza della drastica riduzione dell’occupazione ufficiale, si è andata trasformando dapprima in occupazione ufficiosa e quindi in lotta senza riparo.
Molto ottimisticamente, durante il periodo che trascorsi insieme a Margot (in pratica sempre a letto), mi ripetevo che le prestazioni che dovevo fornire per accontentarla potevano paragonarsi a una sorta di attività lavorativa. Una fatica a singhiozzo tramite cui pagarmi vitto e alloggio. Sebbene lei le provasse tutte per farmi invaghire di sé (ma perché?), non facevo che pensare a Fiordaliso, e a come Fiordaliso, in un’altra ala del palazzo, se ne stesse sdraiata a fianco del perverso rampollo di Margot. Pieno di rabbia, facevo allora l’amore a questa meratrice usandole spesso violenza, come a vendicarmi della carne della sua carne. Lei però scambiava i miei assalti per il risultato di più forti impulsi erotici e gemeva come una porca. Dopo ognuna di queste battaglie, la mia faccia assomigliava a quella di un clown: un velo di cipria sulla fronte e sul mento, le guance impiastricciate di rossetto... per tacere del ventre cosparso di crema di bellezza. Una volta dovetti sputare via il neo posticcio che le si era staccato dallo zigomo e un’altra trovammo una delle sue lentine a contatto incastrata nel mio ombelico.
Innamorarmi di lei! E come potevo? Odiavo la sera, ora in cui Margot veniva a gettarmisi accanto. Questa donna era un vuoto rivestito di forme. La sua esistenza: un’interminabile domenica stiracchiata. Ogni parola che pronunciava tradiva squallore, noia e irreparabile melensaggine: il materiale di cui sono fatti tanti paradisi.
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“Non ti dimenticare di dire a tuo marito dello zaino.”
“Che zaino?” questionò la bellona, con un sorriso svagato sulle labbra a canotto. Poi, notando la mia fronte corruscata: “Ah, sì. Quello che hai lasciato dall’imbonitore... Gliel’ho già detto. Mi ha assicurato che andrà a prenderlo domani”.
Si rannicchiò pigramente contro il mio fianco, gettando sul pavimento il TitanDildo che era venuto a infrapporsi tra di noi. Un altro arnese che usava volentieri era l’Ejaculator, un dispositivo che ogni tanto schizzava tutt'intorno dei colori. Nel suo armadio c’era una collezione completa di quei giocattolini.
“Se me lo hanno rubato” la imbeccai, “dovrà rimborsarmelo.”
“Non è così che parla uno schiavo” osservò Margot, divertita.
“Ancora? Ti ho già detto di non chiamarmi in quel modo. Sono un Illeg, è vero, ma solo per colpa dello stato di cose. Mica uno schiavo!”
“Sicuro, carino” fece lei in tono rappacificante, stropicciandomi l’oloferne e i pendagli annessi.
“Dentro lo zainetto c’è il mio comunicatore palmare. Guai se non me lo riporta!”
“Te ne comprerò un altro. O due, se vuoi.”
“Non capisci! E’ quel che vi è registrato nella memoria che mi interessa.”
“Cert... glurb... glurb...” Dalla gola le uscirono alcune sillabe soffocate: era andata in immersione.
Dove siamo: Strada I, tratto 1.
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