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sabato, 28 ottobre 2006

segnalazione

http://www.francobrain.com/arbeite.htm

I work, du arbeitest, egli fatica... Il verbo più assurdo del mondo declinato in decine di lingue diverse.
Una pagina inutile quanto affascinante. E divertente, sebbene il soggetto sia di una tragicità immane.


http://www.francobrain.com/arbeite.htm

Useless page: the verb 'to work', 'working', in many languages. By Peter Patti, from the novel Weltgeist Superstar by P.M. (Rodulf von Gardau). Reali(s)zation: franc'O'brain & Transputer Qasar.

Libri. Books. Buecher. Lavorare, arbeiten, malochen.
Languages: English, Italian, Hungarian, German, Spanish, Swedish, Urdu... By Peter Patti.
Abbasso il lavoro! Nieder mit der Arbeit! Viva il lavoro! Hurra I got a job!

 

http://www.francobrain.com/arbeite.htm

Da un'idea originale di P.M. (Rodulf von Gardau), interessantissimo scrittore svizzero-tedesco.

 

References:
useless page, books, peter patti, to work, to die, lavorare, arbeiten, malochen, fatigue, jag arbejder, languages, English, Italian, Hungarian, German, Spanish, Swedish, french, russian, franc'O'brain, trabalho, working, lavoro, Rodulf von Gardau, p m, weltgeist, superstar, tripura transfer, rabotaju, libri, jag arbetar, schriftsteller, deutsch, schweiz, minä teen työtä, musica, music, musik, genesis, autoren, authors, autori, patti, frank brain, frankobrain, francobrain, ik werk, jaz delam, eg vanna.

 

postato da: alphabet alle ore 07:03 | link | commenti (1)
categorie: cyberpunk, letteratura online
martedì, 03 ottobre 2006

Fortuna volle che non fui riportato dal Gobbo né consegnato alle autorità. I bestioni mi scaricarono semplicemente in un vicolo putrido. Rinvenni all’alba, tremante per il freddo e per le botte ricevute. L’aria sapeva di pioggia oleosa. Scoprii di non avere più le catene agli arti e di indossare ancora il pigiama. Mi risollevai pian piano, tra mille gemiti, e mi tastai dovunque: nessun osso rotto, all’apparenza. Le fitte più intense scaturivano dalla nuca. Avvertii sotto le dita un rigonfiamento anomalo. Un cupo sospetto mi balzò al cervello, ma non ebbi il tempo di elabolarlo in un pensiero concreto.

"Buongiorno, damerino!"

Sussultai. Erano in tre, e conducevano uno di quei Rottweiler con le ganasce da bulldozer.

"Dormito bene? Vuoi la colazione?"

Il capo, quello che faceva lo spiritoso, sembrava lui stesso un damerino. Aveva la pelle liscia di un fanciullo, riccioli castani e una dentatura perfetta. Inoltre indossava un costume funky: mantello di raso con colletto rigido e maniche merlettate. Una visione d’altri tempi. Accanto a lui stava una biondina dall’aria malaticcia in una tuta aderente di lattice. Il Rottweiler abbaiava, ringhiava, sbavava, fissandomi con occhi assassini. A reggere il cavo elettrico che fungeva da guinzaglio era un tipo grande e grosso, pure lui molto giovane, con la casacca dei Gialloverdi (i campioni di panzerball).

"Sentite" implorai, "lasciatemi in pace. Non ho niente di prezioso, sono mezzo assiderato e..."

"Beh, e perché non ti rivesti?" fece il cherubino. "Avrai pure degli indumenti lì dentro, no?" E con il mento indicò qualcosa sull’asfalto umido.

Mi girai a guardare. "Oh!" esclamai.

Margot, bontà sua, aveva provveduto affinché i bruti al soldo di suo marito lasciassero accanto a me il rucksack.

Mossi con cautela un passo di lato. "Posso? Davvero?"

"Perché no? Anche se quel pigiamino ti dona assai. Dico bene, Ulrika?"

Ulrika era la bionda. Mostrava i primi, inesorabili segni di AGIH. AGIH (Autogenetical Infectious Herpes) era un regalo della Terza Guerra Mondiale, un virus mutato che si trasmetteva per contatto di pelle o materiale infetto e che conduceva inevitabilmente alla morte. Si era messa un trucco pesante, ma le macchie sul viso, insieme alla sua sproporzionata fragilità (diversa da quella che caratterizza i semplici indigenti) tradiva la malattia di cui era succube.

La vidi annuire con occhi spalancati, come di vetro.

"Intesi" dissi. "Mi rivesto. Sempre che Fido sia d’accordo."

"Chi?"

"Il vostro cucciolotto."

Faccia d’Angelo fissò sbigottito l’altro giovane ed entrambi scoppiarono entrambi in un fiume di risate.

"Cucciolotto a chi? Al ringhione? A Killer?"

"Killer, appunto. Mi lascerà in pace?"

"Va’ pure tranquillo" mi rassicurò Faccia d’Angelo. "X-Ray non mollerà il guinzaglio. Vero, X-Ray? A proposito: io sono Basil."

"Bel nome" ironizzai, mentre, con dita tremanti, frugavo nello zaino tra i miei quattro stracci.

"E’ un nome inglese" mi delucidò lui, senza smarrire il suo buon umore.

"Ah. Bene."

"E tu invece sei...?"

"Alvo" risposi, ancora in mutande. Mi rivestii in fretta e, nel farlo, inquisii: "Da dove sbucate?"

"Dall’Underground" mi informò.

"La canalizzazione? State là?"

"Esatto. Senti, Alvo. E’ evidente che sei un tipo simpatico. Se vuoi unirti a noi..."

"E vivere come un ratto?" Scrollai il capo. "No, grazie. Io amo avere il cielo sulla mia cervice."

"Finché non te la rompono, la cervice. Bah, come non detto. Buona fortuna."

Presero ad allontanarsi e io mi caricai lo zaino in spalla. Proprio in quel momento cominciò a scendere dal cielo un’acquerugiola assassina.

"Un momento" dissi.

"Sì?" Il damerino - Basil - si volse a fissarmi con occhi e labbra sottili, l’ironia fattasi uomo.

"Ma sì, dannazione!" sbraitai. "Vengo con voi!"

Mi accostai ai tre (quattro con il mangiamerda) e prendemmo a marciare verso sud. Durante il percorso, Basil e X-Ray conversarono tra di loro in un gergo a me sconosciuto. Riuscivo ad afferrare poco più della metà di quanto dicevano e non potei fare a meno di intromettermi, chiedendo di che dialetto si trattasse.

"Dialetto?" Mi fissarono come l’ultimo dei villici. "E’ inglese" mi spiegò Faccia d’Angelo. "Il vero inglese."

"Okay, okay" dissi. "E così, voi siete inglesi."

"Io e X-Ray siamo nati dall’altra parte dell’oceano, sì. Ma abbiamo la cittadinanza americana fin da tenera età. In quanto a questa ancella..."

Ancella? Sbirciai verso la bionda in tuta di lattice, che non la smetteva di leccarmi con quei suoi occhi allucinati.

"... lei si chiama Ulrika. E’ ‘Swiss made’, ‘Made in Germany’, o roba del genere. Diglielo tu, Uli."

Lei biascicò qualche parola senza senso apparente, continuando a procedere a scatti, faticosamente, senza mai staccarmi lo sguardo di dosso.

Killer, da parte sua, sembrava essersi rassegnato alla mia presenza: neanche un latrato gli usciva dall’orripilante bocca; anzi: balzellava addirittura con discreto brio, costringendo X-Ray a tirare la corda più del necessario.


 

Dove siamo: Strada J, tratto 2.
(Per saperne di più clicca qui.)
 

postato da: alphabet alle ore 06:13 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp