Alphabet City

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mercoledì, 02 gennaio 2008

C’era anche un vero e proprio esercito di puttane. "Ancelle", le chiamava Basil. Lucciole di lusso, probabilmente originarie dalle antiche province russo-cinesi, e pure loro procacciatrici di beni riciclabili; solo che la loro "caccia" avveniva nell’Avenue G e in altri quarteri alti. Mentre stavo per avvicinarmi alla capannetta di X-Ray, un plotoncino di queste creature sbucò da una alley. Mi fermai ad ammirarle. Capelli biondo-platino, abiti sgargianti, calze rimboccate alle caviglie, unghie lunghe laccate di rosso e la bocca segnata dal laser-rossetto. Si apprestavano a salire in superficie. Erano un’apparizione incredibile, in primo luogo perché stonavano assurdamente con lo scempio e il grigiore dell’Underground. Persino quelle che non appartenevano precisamente alla razza umana, quelle che erano frutti di giochi d'azzardo biotecnici, facevano la loro bella figura. Una di queste mi sfiorò passandomi accanto; indossava un abito cioccolatino di lamé con la scollatura dorsale fino alle natiche.

"Stupende, vero?" mi raggiunse la voce di X-Ray.

Il giovane gigante stava seduto a gambe incrociate davanti alla sua stamberga - una tra le più spoglie di tutto l’Underground. Killer era accucciato a qualche metro di distanza e sonnecchiava.

"Hi!" mi appressai ridendo. "Stupende, sì... a dir poco. Risvegliano in me antiche rimembranze..."

X-Ray si strinse nelle spalle. "Puoi dormire con loro quando vuoi, in ogni momento. Con noi lo fanno senza pretendere niente in cambio."

"Ah, è così?" feci interessato, tornando a guardare la variegata fila di splendide creature che serpeggiava tra le baracche.

"Le ancelle sono le uniche della comunità che sgobbano per davvero" aggiunse lui. Fui distratto da un movimento repentino della sua mano: lo vidi portarsi alla bocca uno dei funghi e mettersi a ruminare con sguardo sperduto.

Mi accovacciai accanto a lui e ne fissai il profilo con aria riprovevole.

X-Ray se ne accorse. "Oddio! Non fare l’orripilato" biascicò, straripante di quella prosopopea che lo accomunava a Basil. "A me i funghi servono, sai? E’ per via dell’epilessia."

La famigerata epilessia: non era la prima volta che ne sentivo parlare, e in un’occasione mi era toccato assistere, pieno d’orrore, a uno dei suoi estemporanei attacchi.

"Per fortuna, questi... questi prodotti mi calmano i nervi."

"Ma l’epilessia si può sempre curare!" obiettai. "Ti fanno un piccolo intervento chirurgico, a quanto ne so, e te ne liberano per l’eternità."

Si volse lentamente verso di me, osservandomi con un leggero dondolio del capo.

"Non è un difetto congenito" mi spiegò. "Io sono stato nelle segrete, sai?"

Un lungo brivido mi percorse la spina dorsale. Le segrete! Il luogo più tristemente noto di Alphabet City.

"Mi hanno dato sette anni di rieducazione" proseguì X-Ray. "Ne ho fatti quattro."

"E hai resistito? Come ce l’hai fatta?"

Sbuffò pieno d‘ira. Evidentemente il fungo non aveva ancora svolto la sua azione disilettrizzante. "Non lo so neppure io. Forse perché sono di costituzione robusta. Fatto sta che mi hanno rilasciato anzitempo. Prima però mi hanno impiantato nella nuca un chip. Oltre all’interface nel cranio. Quattro-cinque volte la settimana mi collegano con il Transputer, il computer centrale, via neuro-etere, facendomi patire le pene d’inferno."

"Ah, capisco. Dunque la tua è un’epilessia indotta. Quattro anni... e devi scontarne tre."

"In teoria sì. Ma, se lo desiderano, se proprio vogliono essere bastardi fino in fondo, possono martoriarmi per tutta la mia schifosa vita."

'Martoriarmi': nessuno, negli States, usava più quel vocabolo.

Masticando con lo sguardo fisso in avanti, X-Ray domandò ad un tratto: "E tu?"

"Io?" feci, senza comprendere.

"Quanti ne devi scontare?"

"No, no" dissi con un risolino e un cenno di diniego. "Io sono libero. Un Illeg, ma senza macchie né peccati."

"Non mi inganni, Alvo." Il suo indice si puntò con lentezza esasperante sul mio collo. "Anche tu hai il chip."

La mia mano scattò istintivamente verso la nuca. Il rigonfiamento c’era ancora, il dolorino pure. Ma... chip? "By God!" borbottai scioccamente, a imitazione di Faccia d’Angelo. Mi avevano trasformato in... un biocomputer? O, peggio ancora, in un robot? Forse le mie azioni erano comandate dal Transputer e io non me ne accorgevo? Ma quando poteva essere accaduto? Per strada, in un momento di narcolessia? Nella gabbia del Gobbo? Oppure nella catapecchia della Siriana? No, impossibile... "By God!" ripetei con voce più esile. Avevo il chip neurale. Ero controllato anch’io. E nessuno finora me lo aveva detto...

Sempre tastandomi il punto cruciale (che non era situato esattamente sulla nuca, ma tra la nuca e la scapola destra), mi rimisi all’impiedi come un ubriaco.

"Malcapitati come noi" continuò a macinare X-Ray, "sono condannati a soffrire per tutta la vita. A meno che non troviamo qualcuno che ci tolga dal corpo queste diavolerie."

Mentre stavo a osservarlo allibito, lui deglutì e il suo volto assunse un’espressione se possibile ancora più abulica. "Ovviamente, il programma del Transputer che mi gira dentro la testa non fa altro che parlare di onore e fedeltà al partito. Espletare il proprio dovere, ecc. Inutile chiedere quale partito e quale dovere: al minimo segno di insubordinazione di pensiero, mi mandano una scossa terribile. Dovere, fedeltà, onore..." Cominciò a tremare violentemente.

"X-Ray?" chiesi con voce incerta.

Una schiuma grigiastra gli fuoruscì dalla bocca e gli occhi gli si rivoltarono, tanto da mostrare solo il bianco. Gli mollai un manrovescio, ma lui, invece di tornare in sé, divenne più pallido, roteò più volte la testa e, guizzando come un pesce fuor d’acqua, crollò di schianto.

"Di nuovo!" esclamò un vicino, accorrendo sulla scena del dramma. Prestandosi a portargli soccorso, farfugliò: "Ecco quel che succede da quando Mister Info è al potere. E cianciano dei miracoli della biocomputeristica!".........

 

 

 

 

 

Dove siamo: Strada M, tratto 2.

(Per saperne di più clicca qui.)

postato da: alphabet alle ore 16:44 | link | commenti (1)
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp