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Ulrika mi leccava con gli occhi. Mi ero trascinato fin dentro al suo tugurio e lei mi aveva accolto fissandomi totalmente cortocircuitata, ma poi fece mente locale e trasmise: ”Hi”. Sembrava quasi normale.
Mi sentivo in preda alla disperazione. Normale? E io, lo ero?
X-Ray aveva le turbe, lei era colpita dal male terminale, e il povero Alvo, da parte sua, doveva avere qualcosa di cui non era tuttora cosciente. Mi chiedevo quando, e in che modo, questo qualcosa si sarebbe manifestato. Avrei sofferto anch’io di attacchi epilettici? Sarei diventato un bieco assassino che agiva per impulsi digitali? Oppure...?
A meno che non troviamo qualcuno che ci tolga dal corpo queste diavolerie.
Già. Ma chi?
Poggiai un braccio sulle spalle della biondina e la pregai: ”Parlami. Dimmi qualcosa. Raccontami di te”.
Formavamo uno strano binomio: lei con i capelli incollati, io con la capigliatura serie ”camera del vento”. Nonostante l’eccessiva magrezza, l’unna non era priva di una buona dose di sensualità. Certo, la sua pelle era rivoltante, ma all’improvviso non mi importava nulla di un possibile contagio con l’AGIH. Come direbbe Basil: ”La vita è breve e l’occasione fugace”.
Per un attimo mi balenò nella mente la visione delle battone di lusso. Avrei potuto fare con loro un’indigestione di sesso, ma non era sesso ciò che agognavo in quei frangenti; o non solo.
”Racconta” la incitai. ”Raccontami addosso ogni cosa.”
Con voce ipnotica e la tipica inflessione teutonica, Ulrika prese a narrare: ”Sono scappata con i miei dalla Germania il giorno del mio sedicesimo compleanno. Non c’erano più navi o aerei verso l’America e le vie d’accesso a questo Paese erano bloccate da anni. Era una remota possibilità di salvezza, ma non avevamo alternative. Mio padre, un ingegnere, costruì con le proprie mani uno speciale elicottero. Riuscimmo a sollevarci in volo poco prima dell’inabissamento di tutto il nord del Vecchio Mondo. Qui credevamo di trovare una terra libera o ad ogni modo ancora vivibile. Quel che invece abbiamo trovato lo sai anche tu. Molto meglio dell’Europa, ma non ci portò ugualmente fortuna. Papà e mamma morirono pochi anni dopo a causa degli stenti. Io mi arrabbattavo sulla strada. Ho trovato poi rifugio nell’Underground. Queste persone mi hanno accolta, mi hanno aiutata, mi sfamano”.
”Allora stai bene” osservai.
Esitò, gli occhi persi e incantati. ”I buchi in cui cado non sono più così tanti, ma ci sono sempre.”
Piangendo, la baciai.
Qualcuno che poteva liberarmi dalla piastrina sulla nuca forse c’era. Si chiamava Geppo e in una vita precedente aveva fatto il medico, prima di diventare un collaboratore di Ombre Contro.
Basil si dichiarò d’accordo a insegnarmi i versi di Milton che consentivano di entrare e uscire dall’Underground, ma solo in cambio di un’altra sfida a scacchi. In quel momento lo odiai, ed ero quasi sul punto di rifiutare la sua offerta; senonché, sentivo forte la presenza del fantasma nero appollaiato sulla mia spalla.
”Okay” accordai a denti stretti.
Dovetti sedermi a terra, poiché lo sgabello dei vicini non era disponibile.
Lo guardai mentre sistemava i suoi pezzi sulla scacchiera, sprofondato nella poltrona regale, così pieno di sé e più bello e più forte che pria.
Quand’era sobrio, giocare a scacchi con lui era un vero supplizio. Ogni volta che stavo per muovere, esclamava qualcosa come: ”Attento che ti bruci!”
”Attento a te” replicavo. Ma non serviva.
Il damerino fissava con un sopracciglio arcuato il cavallo o l’alfiere che avevo piazzato al centro della scacchiera. ”E questo qua che vuole?” chiedeva borioso. Poi, se muovevo la mia regina: ”Ahhh, è così? Mi minacci. Mi mi-nac-ci.” Oppure, prima che cadessi in qualche sua trappola: ”Hihihi, sei proprio ingenuo!”
Ovviamente persi la partita. Ma Faccia d’Angelo acconsentì lo stesso di insegnarmi la formuletta nella lingua arcaica conosciuta solo da lui e dai suoi adepti e, dopo che riuscii a imprimerla in mente, iniziai l’ascesa verso il Livello Zero.
Dove siamo: Strada N, tratto 1.
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