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Il romanzo "Città dell'Alfabeto" interamente online!

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Nome: Peter Patti
Scrittore, traduttore, fresatore CNC

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mercoledì, 02 settembre 2009

Le Edizioni Scudo annunciano...

... tre novità editoriali della nostra collana Long Stories sono già disponibili (sempre in formato Ebook e sempre gratuitamente) presso il nostro sito:

Le serate del Blue Buzzard di Pierre Jean Brouillaud
Uno dei più grandi esponenti della fantascienza francese, ci accompagna nei vicoli di San Juan, fino ad un locale molto caratteristico e sempre frequentato. Se avrete pazienza, prima o poi, uno dei suoi avventori avrà una storia da raccontare, una storia sentita da qualcuno o vissuta in prima persona, come un inconfessabile segreto che però, con l’aiuto di una buona birra, potrà venire alla luce ed essere condiviso con chi ha voglia di ascoltare. E le storie del Blue Buzzard, potete starne certi, non sono mai storie comuni.
Copertina di Luca Oleastri, 52 pagine A4, 5 illustrazioni a colori di Luca Oleastri

Le Magnifiche di Giorgio Sangiorgi
Juliet Linton è una tenera fanciulla inglese della fine dell’ottocento, e non sa che dentro di lei albergano una forza e un potere insospettati, se n’è accorto invece qualcuno, una donna misteriosa e gigantesca che si presenta un giorno alla sua porta facendole un’assurda e inaccettabile offerta; un’offerta che però ella non può rifiutare e che condurrà lei e il lettore in un lungo viaggio e verso un’avventura estrema.
Un grande romanzo di Sangiorgi, una singolarissima space opera, un lavoro che miscela molti sottogeneri della fantascienza con la spregiudicatezza di cui spesso sono solo capaci i giapponesi. Ma anche un racconto dedicato allo spirito femminile.
Copertina di Luca Oleastri, 199 pagine A4, 7 illustrazioni a colori di Giorgio Sangiorgi 


 Transits di Peter Patti
Chiunque si è trovato a lavorare per una grande azienda, e per di più se multinazionale, prima o poi ha finito per chiedersi quali sono gli scopi reali del lavoro che questa gli chiede di fare, e soprattutto se uno scopo c’è per davvero. Ma il protagonista di questa vicenda finirà per scoprire che la realtà è ancor più complessa di quanto potesse immaginare e che la sua azienda persegue oscuri fini che datano quasi ancor prima della sua stessa creazione. Nonostante tutto lasci presupporre che ogni curiosità sarà pagata a caro prezzo, la ricerca della verità vale ogni possibile salvezza.
Copertina di Luca Oleastri, 74 pagine A4, 5 illustrazioni a colori di Giorgio Sangiorgi         Scarica


In preparazione anche il nuovo (ma anche vecchio) numero di Short Stories - Rivista Illustrata di Letteratura Fantastica.

Buona Lettura quindi, e rimanete sintonizzati!



per le Edizioni Scudo

Giorgio Sangiorgi - shortstoriesbook@gmail.com
Luca Oleastri - shortstoriesmag@gmail.com

Edizioni Scudo
- Sito web: http://www.innovari.it/scudo.htm
- Gruppo Facebook: EDIZIONI SCUDO
postato da: alphabet alle ore 20:33 | link | commenti
categorie: fantascienza, sf
sabato, 06 giugno 2009

Città dell'Alfabeto su Amazon.com!

 Città dell'Alfabeto (board book)

                                                              by Peter Patti (Author)

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Available from these sellers.


1 new from $18.96

 

 

postato da: alphabet alle ore 19:37 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, pulp, letteratura online, cyberpulp
sabato, 07 marzo 2009

”Avanti!” mi intimò con voce imperiosa.

”Basil è uno dei loro capi, una delle loro guide o come altro dicono loro” pronunciai tra le lacrime. ”E’ inglese. Bellino, tipo Arcangelo Gabriele, ma in qualche maniera sgradevole, pieno di boria. Sorride alla propria bellezza come un attore vanitoso. Alquanto montato di testa, insomma.”

”Peccato che siano così... innocui.”

”Caro Doc, non tutti hanno la voglia e le energie di giocare alla rivoluzione!” ribattei, chissà perché colmo di risentimento nei suoi confronti. Mi stava tartassando i nervi terminali del cervelletto.

”Ma la rivoluzione non è fine a se stessa!” abbaiò lui tra mille sforzi. ”La nostra non è pura e semplice mania di rivolta! Mi meraviglio di te. Eppure sei dei nostri e dovresti saperlo.”

”Aaaauuuh!” ululai. Avevo un male diavolo. Misha e Trisha mi tennero piantato sul tappeto con le loro minuscole ma salde mani.

”E’ contro le loro porcate che stiamo combattendo” proseguì Geppo, affondando ulteriormente il gelido acciaio nella mia nuca. ”Il termine ‘porcate’ non è improprio. All’inizio manipolavano geneticamente i maiali, impiantando in essi degli embrioni umani allo scopo di fornirci organi di trapianto. Questi maiali-uomini sono abnormi ma intelligenti: quasi più uomini che maiali, in effetti. Alcuni di quelli riusciti a fuggire dagli allevamenti li avrai conosciuti pure tu... Sono esseri senzienti e coscienti. Ma vengono trattati come cavie da macello.”

”Infatt... Uaaaah!”

”Fermo e zitto! E poi, si sa in quali malati andavano a finire gli organi: in quelli che potevano permetterselo. Vabbe’ che ormai, con tutto il materiale umano che c’è in giro, si fa presto a trovare un fegato, un rene, un cuore...”

”Ahiiii!”

”Inoltre non dimenticare che noi ci ribelliamo contro il controllo totale sui singoli cittadini. Controllo, di cui questo...”

Con un ultimo strattone, mi tolse il chip e me lo pose sotto il naso. Fissai strabico l’oggetto da dietro un velo di lacrime.

”... è un esempio lampante.”

Aveva davvero la forma e il colore di un ragno; brandelli della mia carne penzolavano dalle zampette metalliche.

Persi i sensi, ma Geppo me li fece ritrovare dopo qualche secondo a forza di ceffoni. ”Sù, sù. Adesso la mia maccherroncina ti ripulirà la ferita. Ci sei ancora, Alvo? Puoi vedermi? Puoi sentirmi?”

”S-sì.”

”Bene.” Rizzatosi a fatica, andò alla finestra con il ragno sempre nella pinzetta. Trisha spostò il complicato sistema di sbarramento, aprì la maniglia e lui gettò il ragno nella strada. Quindi tornò da me come un Buddha gaudente. ”Stattene ancora un po’ in quel tuo rifugio sottoterra” mi consigliò. ”Finché non ti rimetti in sesto. Ma non scordarti che abbiamo una lotta... più di una lotta... da portare avanti.”

”Okay” assentii tremante, sebbene in quell’istante la soluzione per me non poteva che essere una: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Poi dissi: ”Qualcosa non capisco... Sarà l'aria schifosa di là sotto ma ho un piccolo problema di collegamento con le sinapsi cerebrali.”

”Prova a farti un defrag:”

”Già effettuato. E anche lo scandisk. Deve esserci qualche intoppo nelle ventole di raffreddamento... e nella scheda video.”

”Sei da buttare, allora.”

”Quello che non afferro è: come mai si prendono la pena di ficcare un chip in un senzasperanze come me?”

”Sei uno gnucco incorreggibile. Primo, i chip non costano quasi nulla a una corporazione come la Macrohard, che per inciso gestisce le operazioni di riciclaggio dell’immondizia tecnologica. Secondo, i 150 milioni di teraflops di capacità di cui può vantarsi il Transputer devono essere sfruttati al massimo. I cittadini hanno validità di esistenza solo nella memoria dei computer, come bit nei terminali. Con un elettrocervello come quello è possibile esercitare il potere a trecentosessanta gradi. Controllare il pensiero di ciascuno: il vecchio sogno die tiranni è diventato realtà. Per tacere del fatto che sanno sempre in quale parte del quadrante di Alphabet City ti trovi. Anzi” si riscosse all’improvviso, ”è meglio che ora smammi. Io ti farei rimanere, ma comprendi che... Specialmente adesso che sta nascendo il bambino.”

”Sicuro” dissi. E barcollai verso la porta.

 

 

Dove siamo: Strada O, tratto 2.

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postato da: alphabet alle ore 03:46 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, pulp, letteratura online, cyberpulp
giovedì, 15 gennaio 2009

- O -

 

 

”La mia è una vacation permanente” proclamò gaudente Geppo. ”Certo, lavoro, e tanto, ma è un piacere farlo. Occorre solo stare attenti ai rastrellamenti.”

Sedeva in posizione yoga su un lercio tappetino, vezzeggiato dalle sue due bambine, mentre io guardavo tra gli spiragli della finestra blindata. Fuori aveva ripreso a piovere e le strade erano ridotte a un acquitrinio, ma perlomeno il vento era calato d’intensità: il pericolo di un blizzard era dunque rimandato.

”Fanno rastrellamenti?” chiesi.

”Sempre più spesso” annuì lui. Mentre la servetta di nome Trisha gli massaggiava le spalle, Geppo batteva sui tasti del suo communicator. Proseguì: ”Arrivano dentro uno di quei grandi carri a batterie cinetiche, fanno un raid e si portano via tutti gli Illeg che trovano nel palazzo. Beh, che li accolga l’inferno” si riscosse, nel vedere Misha, l’altra ragazzina, arrivare con un vassoio carico di cibarie. ”Accomodati” aggiunse rivolto a me, e gettò sul tappeto il communicator. ”Qui ci diamo alla crapula. Ooh, sì: pantagrueliche mangiate! Nevvero, moccolone?”

Si avventarono in tre sulla montagna di Rusky e di verdure che sembravano uscite da un laboratorio chimico.

”Non hai fame?” mi chiese Geppo a bocca piena.  

”Beh, se permetti...” Mi sedetti come loro a gambe incrociate e spilluzzicai un po’ di quel cibo.

”La città priva di macchine è una libidine” continuò lui. ”Peccato per la sovrappopolazione e per i disordini: siamo costretti a rimanere tappati in casa per quasi tutto il tempo. Come prigionieri volontari. Ecco che cosa succede quando interi strati di popolazione sono condannati alla disoccupazione, all'inedia. Razza di sciacalli!” esclamò, agitando il pugno verso la porta. ”Ma vabbe’” si scrollò. ”Presto in questa piccionaia ci sarà più allegria.”

Gli rivolsi uno sguardo interrogativo.

”Stiamo per moltiplicarci” spiegò lui, senza smettere di masticare. ”Guarda Misha.”

La guardai. ”Beh?”        

”Il suo pancino è lievitato abbondantemente, non lo vedi? E dopo di lei toccherà a Trisha.”

Le due ragazzine dall’aspetto di anoressiche risero felici. Geppo le appellava babbione, gocciolone, bietolone, ignatone, moccicone, galeone, ghiandone, moccolone, lasagnone, maccherone, palamidone; e loro gli facevano le coccole e si lasciavano ingravidare.

”Hai qualcosa da fumare?” indagai.

”Mi spiace, qui non abbiamo di questi malvezzi. Ma ora fammi vedere.”

Mentre Trisha portava via il vassoio ripulito, Geppo si pose alle mie spalle.

”Effettivamente, qualcosa c’è” bisbigliò. ”Un ragno.”

”Un... ragno?”

”Indubbiamente. E’ così che li chiamano. Hanno l’interfaccia typus dria-3 incorporato. Uhmmm... sarà difficile ma ci proveremo. Lasagnona, portami gli arnesi!”

Misha - era lei la ”lasagnona” - ubbidì prontamente: andò a prendere i ferri del mestiere di Doctor Geppo, che erano chiusi in una borsa di plastica, e poco dopo portò anche una bacinella di acqua bollente. Mentre Geppo armeggiava alle mie spalle, si ingegnava a distrarmi blaterando senza tregua: ”Sei senza domicilio? Ma lo sai che potrebbero sbatterti dentro? Ah, ah, ah! Paradossalmente, esiste ancora una legge contro il vagabondaggio. Viene applicata a seconda delle necessità, quando si vuole trovare una motivazione per arrestare un elemento scomodo”.

”No, per adesso ho casa, per così dire. Sono giù... nell’Underground.”

”L’Underground? Davvero? Dunque non è una leggenda! Mi interessa. Parlamene!”

”Vi sono capitato grazie a tre sagome... quattro, con il cane.”

”In quanti vivono laggiù?”

”E’ una popolazione enorme. A occhio e croce quanto una città di media grandezza.”

”Questo conferma le mie informazioni. E... sono organizzati militarmente?”

”Macché! No, non credo. Ahi! Fai piano.”

”Non pensarci” mi alitò lui dietro l’orecchio. ”Purtroppo non ho più il Radocyl. Due millilitri basterebbero ad alleviarti i... Tu non pensarci, semplicemente. Continua.”

”Credo che molti, in superficie, sappiano già dell’esistenza dell’Underground, ma entrarci non è facile. A parte tutto non rappresentano un pericolo per nessuno e solo per questo - presumo - vengono lasciati in pace dal regime. Si preoccupano soltanto di sopravvivere e...”

Emisi un urlo di strazio. Con una pinzetta o arnese analogo, Geppo stava rigirando il ragno nella sua alcova di carne.

 

 

Dove siamo: Strada O, tratto 1.

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postato da: alphabet alle ore 05:39 | link | commenti
categorie: fantascienza, cyberpunk, pulp, letteratura online, cyberpulp
domenica, 05 ottobre 2008

Un vento forza 5 proveniente da est spazzava le strade. L’aria salmastra che questo vento portava con sé mi riempì di botto i polmoni, facendomi vacillare. Appoggiato al muro di ardesia, dovetti inspirare più volte, finché il surplus di ossigeno non fu assorbito dal mio organismo. Mi rinserrai nelle spalle e traballai verso l’antica Quinta Strada. L’Eastern Wind entrava nella metropoli a circa 6 nodi - quasi un’arietta -, ma veniva rapidamente rinforzato dall’impatto con i grattacieli. Vidi molte persone volare come se si trovassero dentro un acceleratore di gravitoni. Sapevo che più su, verso Harlem, la spinta del vento era ancora più tumultuosa.

Mi ricordai dove abitava Giampa e, all’incrocio con la Broadway, svoltai a destra. Strisciai sulle facciate della Strada N con la sensazione di assorbirne tutta la polvere radioattiva. I numeri civici, là dove esistevano, mi si confondevano davanti agli occhi. Arrivai infine al 223: una costruzione che aveva subito diversi crolli. Vetri infranti, pavimenti scoperti e fenditure sui muri che rimanevano in piedi per miracolo.

Nell’atrio: disordine, trambusto, confusione. La feccia si ammassava nella sporcizia più totale; non era da escludere che i corpi inanimati riversi qua e là fossero quelli di vittime dei Franz.

     I Franz erano scarafaggi-killer. Blatte enormi, grosse quanto il pugno di un bambino e dal carapace durissimo; quasi dei Koloss in miniatura. Sopravvissuti alla guerra nucleare, erano diventati una razza nuova: Cetonia atomara portentia. Resistenti sia alle temperature basse che a quelle alte, avevano una durata di vita di circa un anno (il doppio dei normali scarafaggi) e si riproducevano a velocità record. Contro di loro il governo impiegava insetticidi sempre più potenti, ma queste bestie diventavano vieppiù tenaci. Erano immuni all'arsenio, al boro... ”Franz” era il termine con cui venivano indicati familiarmente; forse una forma distorta di ”panzer”.

Arrivare fino al quarto piano fu un’autentica impresa. Osservato a morte da certi tipacci, bussai finalmente alla porta di Geppo, che era piena di screziature e osceni pittogrammi.

”Sì?”

”Sono Alvo. Fammi entrare!”

La tana del mio amico era protetta da una dozzina di serrature (a cilindro, a pegno, a incasso, lucchetti elettronici...) e perciò, prima che si aprisse uno spiraglio, dovetti aspettare per alcuni minuti in quell’atmosfera cupa e graveolenta; una specie di  Dämmerung che conferiva al pianerottolo un aspetto irreale: i luridi muri avevano sfumature ultramarine e le ombre tutt’intorno vibravano, si scioglievano, si facevano più vicine, furiose...

Mi tuffai ansante sulla striscia di luce che si aprì tra la porta e lo stipite.

”Ah” fece Geppo, riconoscendomi, e mi lasciò scivolare dentro allargando appena un po’ lo spiraglio. Era in mutande e teneva in una mano una primitiva mazza da baseball. ”Ma guarda!” esclamò, scrollando la testa con un sorrisino incredulo. ”Chi non muore si rivede.” Ci abbracciammo.

Era piccolo, grasso, calvo e con una lunga barba grigionera. Dietro di lui spuntarono le sue concubine: due rozzers sui tredici anni che il mio amico aveva raccolto dalla strada.  

”Vieni pure avanti” disse, poggiando su una parete la mazza da baseball. ”Mi casa es tu casa.”

Dall’esterno provenne un urlo come di pazzo o sordomuto.

 

 

Dove siamo: Strada N, tratto 2.

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domenica, 22 giugno 2008

- N -
 
Ulrika mi leccava con gli occhi. Mi ero trascinato fin dentro al suo tugurio e lei mi aveva accolto fissandomi totalmente cortocircuitata, ma poi fece mente locale e trasmise: ”Hi”. Sembrava quasi normale.
Mi sentivo in preda alla disperazione. Normale? E io, lo ero?
X-Ray aveva le turbe, lei era colpita dal male terminale, e il povero Alvo, da parte sua, doveva avere qualcosa di cui non era tuttora cosciente. Mi chiedevo quando, e in che modo, questo qualcosa si sarebbe manifestato. Avrei sofferto anch’io di attacchi epilettici? Sarei diventato un bieco assassino che agiva per impulsi digitali? Oppure...? 
A meno che non troviamo qualcuno che ci tolga dal corpo queste diavolerie.
Già. Ma chi?
Poggiai un braccio sulle spalle della biondina e la pregai: ”Parlami. Dimmi qualcosa. Raccontami di te”.
Formavamo uno strano binomio: lei con i capelli incollati, io con la capigliatura serie ”camera del vento”. Nonostante l’eccessiva magrezza, l’unna non era priva di una buona dose di sensualità. Certo, la sua pelle era rivoltante, ma all’improvviso non mi importava nulla di un possibile contagio con l’AGIH. Come direbbe Basil: ”La vita è breve e l’occasione fugace”.
Per un attimo mi balenò nella mente la visione delle battone di lusso. Avrei potuto fare con loro un’indigestione di sesso, ma non era sesso ciò che agognavo in quei frangenti; o non solo.
”Racconta” la incitai. ”Raccontami addosso ogni cosa.”
Con voce ipnotica e la tipica inflessione teutonica, Ulrika prese a narrare: ”Sono scappata con i miei dalla Germania il giorno del mio sedicesimo compleanno. Non c’erano più navi o aerei verso l’America e le vie d’accesso a questo Paese erano bloccate da anni. Era una remota possibilità di salvezza, ma non avevamo alternative. Mio padre, un ingegnere, costruì con le proprie mani uno speciale elicottero. Riuscimmo a sollevarci in volo poco prima dell’inabissamento di tutto il nord del Vecchio Mondo. Qui credevamo di trovare una terra libera o ad ogni modo ancora vivibile. Quel che invece abbiamo trovato lo sai anche tu. Molto meglio dell’Europa, ma non ci portò ugualmente fortuna. Papà e mamma morirono pochi anni dopo a causa degli stenti. Io mi arrabbattavo sulla strada. Ho trovato poi rifugio nell’Underground. Queste persone mi hanno accolta, mi hanno aiutata, mi sfamano”.
”Allora stai bene” osservai.
Esitò, gli occhi persi e incantati. ”I buchi in cui cado non sono più così tanti, ma ci sono sempre.”
Piangendo, la baciai.
 
Qualcuno che poteva liberarmi dalla piastrina sulla nuca forse c’era. Si chiamava Geppo e in una vita precedente aveva fatto il medico, prima di diventare un collaboratore di Ombre Contro.
Basil si dichiarò d’accordo a insegnarmi i versi di Milton che consentivano di entrare e uscire dall’Underground, ma solo in cambio di un’altra sfida a scacchi. In quel momento lo odiai, ed ero quasi sul punto di rifiutare la sua offerta; senonché, sentivo forte la presenza del fantasma nero appollaiato sulla mia spalla.
”Okay” accordai a denti stretti.
Dovetti sedermi a terra, poiché lo sgabello dei vicini non era disponibile.
Lo guardai mentre sistemava i suoi pezzi sulla scacchiera, sprofondato nella poltrona regale, così pieno di sé e più bello e più forte che pria.
Quand’era sobrio, giocare a scacchi con lui era un vero supplizio. Ogni volta che stavo per muovere, esclamava qualcosa come: ”Attento che ti bruci!”
”Attento a te” replicavo. Ma non serviva.
Il damerino fissava con un sopracciglio arcuato il cavallo o l’alfiere che avevo piazzato al centro della scacchiera. ”E questo qua che vuole?” chiedeva borioso. Poi, se muovevo la mia regina: ”Ahhh, è così? Mi minacci. Mi mi-nac-ci.” Oppure, prima che cadessi in qualche sua trappola: ”Hihihi, sei proprio ingenuo!”
Ovviamente persi la partita. Ma Faccia d’Angelo acconsentì lo stesso di insegnarmi la formuletta nella lingua arcaica conosciuta solo da lui e dai suoi adepti e, dopo che riuscii a imprimerla in mente, iniziai l’ascesa verso il Livello Zero.

 

 

Dove siamo: Strada N, tratto 1.

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postato da: alphabet alle ore 13:47 | link | commenti (1)
categorie: fantascienza, cyberpunk, letteratura online, cyberpulp
mercoledì, 02 gennaio 2008

C’era anche un vero e proprio esercito di puttane. "Ancelle", le chiamava Basil. Lucciole di lusso, probabilmente originarie dalle antiche province russo-cinesi, e pure loro procacciatrici di beni riciclabili; solo che la loro "caccia" avveniva nell’Avenue G e in altri quarteri alti. Mentre stavo per avvicinarmi alla capannetta di X-Ray, un plotoncino di queste creature sbucò da una alley. Mi fermai ad ammirarle. Capelli biondo-platino, abiti sgargianti, calze rimboccate alle caviglie, unghie lunghe laccate di rosso e la bocca segnata dal laser-rossetto. Si apprestavano a salire in superficie. Erano un’apparizione incredibile, in primo luogo perché stonavano assurdamente con lo scempio e il grigiore dell’Underground. Persino quelle che non appartenevano precisamente alla razza umana, quelle che erano frutti di giochi d'azzardo biotecnici, facevano la loro bella figura. Una di queste mi sfiorò passandomi accanto; indossava un abito cioccolatino di lamé con la scollatura dorsale fino alle natiche.

"Stupende, vero?" mi raggiunse la voce di X-Ray.

Il giovane gigante stava seduto a gambe incrociate davanti alla sua stamberga - una tra le più spoglie di tutto l’Underground. Killer era accucciato a qualche metro di distanza e sonnecchiava.

"Hi!" mi appressai ridendo. "Stupende, sì... a dir poco. Risvegliano in me antiche rimembranze..."

X-Ray si strinse nelle spalle. "Puoi dormire con loro quando vuoi, in ogni momento. Con noi lo fanno senza pretendere niente in cambio."

"Ah, è così?" feci interessato, tornando a guardare la variegata fila di splendide creature che serpeggiava tra le baracche.

"Le ancelle sono le uniche della comunità che sgobbano per davvero" aggiunse lui. Fui distratto da un movimento repentino della sua mano: lo vidi portarsi alla bocca uno dei funghi e mettersi a ruminare con sguardo sperduto.

Mi accovacciai accanto a lui e ne fissai il profilo con aria riprovevole.

X-Ray se ne accorse. "Oddio! Non fare l’orripilato" biascicò, straripante di quella prosopopea che lo accomunava a Basil. "A me i funghi servono, sai? E’ per via dell’epilessia."

La famigerata epilessia: non era la prima volta che ne sentivo parlare, e in un’occasione mi era toccato assistere, pieno d’orrore, a uno dei suoi estemporanei attacchi.

"Per fortuna, questi... questi prodotti mi calmano i nervi."

"Ma l’epilessia si può sempre curare!" obiettai. "Ti fanno un piccolo intervento chirurgico, a quanto ne so, e te ne liberano per l’eternità."

Si volse lentamente verso di me, osservandomi con un leggero dondolio del capo.

"Non è un difetto congenito" mi spiegò. "Io sono stato nelle segrete, sai?"

Un lungo brivido mi percorse la spina dorsale. Le segrete! Il luogo più tristemente noto di Alphabet City.

"Mi hanno dato sette anni di rieducazione" proseguì X-Ray. "Ne ho fatti quattro."

"E hai resistito? Come ce l’hai fatta?"

Sbuffò pieno d‘ira. Evidentemente il fungo non aveva ancora svolto la sua azione disilettrizzante. "Non lo so neppure io. Forse perché sono di costituzione robusta. Fatto sta che mi hanno rilasciato anzitempo. Prima però mi hanno impiantato nella nuca un chip. Oltre all’interface nel cranio. Quattro-cinque volte la settimana mi collegano con il Transputer, il computer centrale, via neuro-etere, facendomi patire le pene d’inferno."

"Ah, capisco. Dunque la tua è un’epilessia indotta. Quattro anni... e devi scontarne tre."

"In teoria sì. Ma, se lo desiderano, se proprio vogliono essere bastardi fino in fondo, possono martoriarmi per tutta la mia schifosa vita."

'Martoriarmi': nessuno, negli States, usava più quel vocabolo.

Masticando con lo sguardo fisso in avanti, X-Ray domandò ad un tratto: "E tu?"

"Io?" feci, senza comprendere.

"Quanti ne devi scontare?"

"No, no" dissi con un risolino e un cenno di diniego. "Io sono libero. Un Illeg, ma senza macchie né peccati."

"Non mi inganni, Alvo." Il suo indice si puntò con lentezza esasperante sul mio collo. "Anche tu hai il chip."

La mia mano scattò istintivamente verso la nuca. Il rigonfiamento c’era ancora, il dolorino pure. Ma... chip? "By God!" borbottai scioccamente, a imitazione di Faccia d’Angelo. Mi avevano trasformato in... un biocomputer? O, peggio ancora, in un robot? Forse le mie azioni erano comandate dal Transputer e io non me ne accorgevo? Ma quando poteva essere accaduto? Per strada, in un momento di narcolessia? Nella gabbia del Gobbo? Oppure nella catapecchia della Siriana? No, impossibile... "By God!" ripetei con voce più esile. Avevo il chip neurale. Ero controllato anch’io. E nessuno finora me lo aveva detto...

Sempre tastandomi il punto cruciale (che non era situato esattamente sulla nuca, ma tra la nuca e la scapola destra), mi rimisi all’impiedi come un ubriaco.

"Malcapitati come noi" continuò a macinare X-Ray, "sono condannati a soffrire per tutta la vita. A meno che non troviamo qualcuno che ci tolga dal corpo queste diavolerie."

Mentre stavo a osservarlo allibito, lui deglutì e il suo volto assunse un’espressione se possibile ancora più abulica. "Ovviamente, il programma del Transputer che mi gira dentro la testa non fa altro che parlare di onore e fedeltà al partito. Espletare il proprio dovere, ecc. Inutile chiedere quale partito e quale dovere: al minimo segno di insubordinazione di pensiero, mi mandano una scossa terribile. Dovere, fedeltà, onore..." Cominciò a tremare violentemente.

"X-Ray?" chiesi con voce incerta.

Una schiuma grigiastra gli fuoruscì dalla bocca e gli occhi gli si rivoltarono, tanto da mostrare solo il bianco. Gli mollai un manrovescio, ma lui, invece di tornare in sé, divenne più pallido, roteò più volte la testa e, guizzando come un pesce fuor d’acqua, crollò di schianto.

"Di nuovo!" esclamò un vicino, accorrendo sulla scena del dramma. Prestandosi a portargli soccorso, farfugliò: "Ecco quel che succede da quando Mister Info è al potere. E cianciano dei miracoli della biocomputeristica!".........

 

 

 

 

 

Dove siamo: Strada M, tratto 2.

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postato da: alphabet alle ore 16:44 | link | commenti (1)
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sabato, 02 giugno 2007

Peter Patti: Città dell'Alfabeto

(a.k.a. Alphabet City)

Ora in edizione cartacea... Versione rivista e ampliata. 

peter patti - città dell'alfabeto (romanzo di fantascienza)

Hardcover, 122 pagg, formato 15x23 cm. Prezzo: €16.00
Disponibile anche l'eBook downloadabile (.pdf):  €2.50

 www.lulu.com Independent publishing / Skuro Connection

 

Come sopravvivere in un mondo completamente impazzito? Alvo, il protagonista di Città dell'Alfabeto, si aggrappa all'amore, alla cultura, ai valori che vigevano durante la sua gioventù. Ma intanto ci sono i problemi di dove andare a rifugiarsi la notte, del dissetarsi, dello sfamarsi... e quelle strane gallette che chiamano "Rusky" e che vengono distribuite gratuitamente non acquistano certo un sapore migliore se si pensa con quale materiale vengono prodotte! Sulla bolgia dell'antica New York (ora una megalopoli che, similmente a una piovra, stende i suoi tentacoli sull'intera East Coast) regnano Mister Info e il Transputer Qasar, il megacomputer centrale. La rivolta sembra trovare posto solo su Ombre Contro, un e-journal presente sui canali clandestini di Hypernet...   

"... se questo romanzo di Peter Patti venisse reso cinematograficamente ad es. da una Troma Co., quella che ha prodotto l’Uomo Tossico per intenderci, sarebbe il più grande tecno-trash del mondo." (Stefano Donno)

                                                http://www.lulu.com/content/898741

 

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lunedì, 09 aprile 2007

                                              - M -

....

"Dove sono le nostre regine?"

Basil giocava a scacchi contro di me strafatto di bevanda ai cardi.

"Ce le siamo mangiate" gli ricordai.

Lui fece schioccare le labbra. "Ah, già, già. Well." Poi rise. Mosse uno dei suoi pedoni nella direzione sbagliata, tornò ad appoggiarsi allo schienale dell’antica poltrona e mi fissò con aria furba.

Sospirando, suggerii: "E’ meglio che smettiamo, quest’oggi".

"Ti ho battuto!" esclamò lui con lingua pesante.

"Come vuoi." Mi sollevai dallo sgabello (ce lo avevano prestato i nostri dirimpettai) e gli dissi: "Continueremo domani. Ora faccio un giretto."

"Buona passeggiata!"

Mi trovavo nell’Underground da qualche giorno... o, per meglio dire, da qualche notte, visto che là sotto il sole non splende mai... e in qualche modo mi ero abituato anch’io al tanfo e alle correnti d’aria bollente. Dormivo nel tugurio di Basil (a terra, su una vecchia coperta di stracci) e mangiavo quel che mangiava lui. Sì, finanche autentica carne: un lusso che non mi ero concesso da un’eternità.

Ormai conoscevo tutti i nostri vicini. Molti erano orribilmente deturpati dall’AGIH, ma non per questo venivano ghettizzati dagli altri.

"Salve, Alvo!" mi salutavano al mio passaggio.

"Salve, gente!"

I sani tra di loro facevano sfoggio di un aspetto beato, rilassato, in qualche modo satollo.

Al mio arrivo avevo preso nota di un’attività frenetica e ciò mi aveva fatto pensare a una comunità di grandi lavoratori. Lentamente dovetti ricredermi. Ognuno di loro - bambini inclusi - svolgeva un determinato compito per sole due ore di fila al giorno e dedicava il resto del tempo al dolce far niente. Faccia d’Angelo non era l’unico ad oziare, anche se non tutti possedevano come lui una poltrona in feltro. C’era chi si dedicava alla pittura, chi declamava poesie in pubblico e chi semplicemente giocava (ma anche le arti sono un gioco). Erano Lumpen-edonisti. Straccioni che si godevano la vita meglio che potevano e con la minore fatica possibile.

Un'umanità assai variegata, emula di Khayya'm il persiano. Spesso si riunivano per bere, solo per bere. Purtroppo, però, il distillato di cardi non sembrava soddisfare la loro voglia di ebbrezza. Già durante uno dei miei primi giretti mi ero imbattuto in persone con le pupille dilatate da qualche droga sensoespansiva. Ben presto scoprii che ingerivano i famigerati funghi del Mare della Putrefazione.

"E voi andate fin là a raccoglierli?" avevo chiesto a Basil-Faccia d’Angelo.

"Noi? No. Per chi ci prendi?" Rise brevemente. "Ce li portano fin qui."

Appresi che c’era tutto uno scambio di merci tra la superficie e il sottolivello. I "cacciatori" (categoria di cui faceva parte il trio che avevo conosciuto subito dopo la parentesi di concubino con Margot; il quartetto, se aggiungiamo il cane) andavano a frugare nelle discariche o rubacchiavano oggetti ai senzatetto e nei rifugi della Subclasse, servendosi di quei reperti non solo per arredare i tuguri dell’Underground, ma anche per barattarli con i funghi allucinogeni.

"Essere ‘cacciatori’ è l’attività più ambita da noi" mi aveva detto Basil. "Vedi, tutti quanti odiamo la città, ma non siamo capaci di staccarcene veramente." 

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martedì, 20 febbraio 2007

Lo seguii lungo viuzze che si snodavano tra file interminabili di rudimentali capanne fatte con materiale di fortuna. X-Ray, il cane Killer e Ulrika ci tallonavano. La congestione era impressionante, come in un bazar del mitico Oriente. I mobili e i ninnoli che riempivano le minuscole abitazioni mi infondevano la sensazione di essere piombato in un sogno all’LSD o in un film classico tipo Alì Babà e i quaranta ladroni. Tutt’attorno abbondavano i frantumi di un passato che risaliva a prima della mia nascita e, nel fendere la folla, incontravo solo facce felici. Tuttavia, non riuscivo a capacitarmi che si potesse vivere in quel modo. Continuavo a preferire i pericoli della strada all’ambiguo idillio dell’Underground. Fondamentalmente, mi mancava aria balsamica.

Quando arrivammo a destinazione ero in un bagno di sudore.

"Fa caldo, eh? Noi naturalmente siamo assuefatti."

"Già" monosillabai.

La capanna di Basil era simile a tutte le altre: le pareti erano costituite da lamiere appoggiate a una struttura fatta con pezzi di binari divelti. Davanti al lato aperto stavano una poltrona in feltro e una lampada art-déco. Su un rudimentale tavolino di plastica faceva bella mostra di sé una scacchiera di avorio con le figure già allineate.

"La lasci sempre lì?" domandai sorpreso. "Non hai paura che te la rubino?"

Rise, e così fece X-Ray. Ulrika si limitò a un sorrisino appena accennato.

"Noi non ci derubiamo mai tra di noi" spiegò Basil.

"Già" ripetei, non potendo stavolta trattenere una smorfia di fastidio. Non ero ancora pronto a lasciarmi canonizzare da quella forma di vita collettiva. Ovvio che non si derubavano tra di loro: andavano in superficie a depredare i desperados. E lo facevano prima dell’alba, quando la maggior parte dei senzatetto dormiva.

"Salve, ragazzi!" risuonò d’un tratto una voce catarrosa.

Ci girammo a guardare un vecchio che faceva capolino da una capanna contigua.

"Hi, Sándor!" lo salutarono giovialmente Basil e X-Ray.

Il vecchio sbucò del tutto dal suo tugurio. Sulla sua maglietta c'era scritto "NYPD": New York Police Department. La sua pupilla destra era coperta da un velo bianco.

"Fatta buona caccia?" domandò.

"Semplice giro di perlustrazione" rispose Basil.

Il vecchio mi puntò addosso l'occhio albuginoso. "Vedo che avrò presto un nuovo vicino" asserì.

"Sono soltanto un ospite" ritenni giusto chiarire la mia posizione.

"Oh" disse lui, visibilmente deluso. Quindi rientrò nella capanna senza aggiungere altro.

"Beh, noi andiamo" intervenne X-Ray. "Riposa bene, Alvo. Vieni, Ulrika?"

La donna di origine tedesca fece di sì con la testa.

"Viviamo poco più giù, lungo questa stessa via" aggiunse il giovanottone dall’aria truce, grattandosi distrattamente i muscoli pettorali. "Vieni a trovarci, qualche volta."

"Lo farò" promisi.

Prima che si allontanassero, il cane venne a fiutarmi in mezzo alle gambe. Voleva darmi a intendere che forse potevamo diventare amici.

 

 

 

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