Peter Ettl ora anche in italiano
Comunicazione interssante per gli studenti di Germanistica ma non solo: con l'uscita di Inseln / Isole per i tipi della Silver Horse Edition, il mio amico poeta-viaggiatore Peter Ettl fa il suo debutto... nell'idioma di Dante!
Che poi non è il debutto vero e proprio, in quanto già nel 2000 o giù di lì alcuni suoi componimenti uscirono tradotti (da me) su Il Foglio Clandestino.
Herbergssuche
dem kornsilo
alltag entwachsen die
nase im frühlingswind
wenn die scheune nicht
mehr ist dann das erdloch
unter dem badehaus fridolin
und malibu planen ohne schwäbischhall
ihr mögliches neues zuhause wenn der bauer
ernst macht mit seinen drohungen und die
scheune samt mann und maus dem erdboden
gleich macht wohin dann mit den mindestens
vier neuen miezen denkt malibu ihm ist das
ja egal aber als frau muss man schon wissen
wo man seine kinder zur welt bringt unterm
miststreuer oder doch zwischen all den rohren
des badehauses hier stinkt es zwar nach
chlor und mit mäusen ist es essig aber
wenigstens das styropor der alten
verkleidung ist warm und wer
fragt schon nach der um
gebung wenn ein neu
es leben entsteht al
so doch noch
mit schwer
em bauch
ins neue
haus
und
In cerca di un rifugio
non c'è
più spazio per
loro dentro il silo
il naso al vento primaverile
quando il granaio non ci sarà più
quale posto forse il buco in terra dietro
le latrine fridolin e malibu programmano
il loro futuro senza assicurazionigenerali
una nuova abitazione poiché il contadino
minaccia seriamente di distruggere il granaio
con tutto quello che c'è dentro e dunque dove
poter andare con i micini che sono minimo quattro
si chiede malibu mentre per lui è indifferente ma
a una femmina tocca pensare al nido per la
cucciolata sotto lo spandiletame oppure
tra quei tubi sanno troppo di cloro le
latrine e con i topi è guerra continua
ma il polistirolo del vecchio rivesti
mento tiene ben caldi e chi mai
si cura dell'ambiente circostan
te quando sta per iniziare
una nuova vita e dun
que andiamo con
tutto il pancio
ne nella
nuova
casa
e
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”Avanti!” mi intimò con voce imperiosa.
”Basil è uno dei loro capi, una delle loro guide o come altro dicono loro” pronunciai tra le lacrime. ”E’ inglese. Bellino, tipo Arcangelo Gabriele, ma in qualche maniera sgradevole, pieno di boria. Sorride alla propria bellezza come un attore vanitoso. Alquanto montato di testa, insomma.”
”Peccato che siano così... innocui.”
”Caro Doc, non tutti hanno la voglia e le energie di giocare alla rivoluzione!” ribattei, chissà perché colmo di risentimento nei suoi confronti. Mi stava tartassando i nervi terminali del cervelletto.
”Ma la rivoluzione non è fine a se stessa!” abbaiò lui tra mille sforzi. ”La nostra non è pura e semplice mania di rivolta! Mi meraviglio di te. Eppure sei dei nostri e dovresti saperlo.”
”Aaaauuuh!” ululai. Avevo un male diavolo. Misha e Trisha mi tennero piantato sul tappeto con le loro minuscole ma salde mani.
”E’ contro le loro porcate che stiamo combattendo” proseguì Geppo, affondando ulteriormente il gelido acciaio nella mia nuca. ”Il termine ‘porcate’ non è improprio. All’inizio manipolavano geneticamente i maiali, impiantando in essi degli embrioni umani allo scopo di fornirci organi di trapianto. Questi maiali-uomini sono abnormi ma intelligenti: quasi più uomini che maiali, in effetti. Alcuni di quelli riusciti a fuggire dagli allevamenti li avrai conosciuti pure tu... Sono esseri senzienti e coscienti. Ma vengono trattati come cavie da macello.”
”Infatt... Uaaaah!”
”Fermo e zitto! E poi, si sa in quali malati andavano a finire gli organi: in quelli che potevano permetterselo. Vabbe’ che ormai, con tutto il materiale umano che c’è in giro, si fa presto a trovare un fegato, un rene, un cuore...”
”Ahiiii!”
”Inoltre non dimenticare che noi ci ribelliamo contro il controllo totale sui singoli cittadini. Controllo, di cui questo...”
Con un ultimo strattone, mi tolse il chip e me lo pose sotto il naso. Fissai strabico l’oggetto da dietro un velo di lacrime.
”... è un esempio lampante.”
Aveva davvero la forma e il colore di un ragno; brandelli della mia carne penzolavano dalle zampette metalliche.
Persi i sensi, ma Geppo me li fece ritrovare dopo qualche secondo a forza di ceffoni. ”Sù, sù. Adesso la mia maccherroncina ti ripulirà la ferita. Ci sei ancora, Alvo? Puoi vedermi? Puoi sentirmi?”
”S-sì.”
”Bene.” Rizzatosi a fatica, andò alla finestra con il ragno sempre nella pinzetta. Trisha spostò il complicato sistema di sbarramento, aprì la maniglia e lui gettò il ragno nella strada. Quindi tornò da me come un Buddha gaudente. ”Stattene ancora un po’ in quel tuo rifugio sottoterra” mi consigliò. ”Finché non ti rimetti in sesto. Ma non scordarti che abbiamo una lotta... più di una lotta... da portare avanti.”
”Okay” assentii tremante, sebbene in quell’istante la soluzione per me non poteva che essere una: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Poi dissi: ”Qualcosa non capisco... Sarà l'aria schifosa di là sotto ma ho un piccolo problema di collegamento con le sinapsi cerebrali.”
”Prova a farti un defrag:”
”Già effettuato. E anche lo scandisk. Deve esserci qualche intoppo nelle ventole di raffreddamento... e nella scheda video.”
”Sei da buttare, allora.”
”Quello che non afferro è: come mai si prendono la pena di ficcare un chip in un senzasperanze come me?”
”Sei uno gnucco incorreggibile. Primo, i chip non costano quasi nulla a una corporazione come la Macrohard, che per inciso gestisce le operazioni di riciclaggio dell’immondizia tecnologica. Secondo, i 150 milioni di teraflops di capacità di cui può vantarsi il Transputer devono essere sfruttati al massimo. I cittadini hanno validità di esistenza solo nella memoria dei computer, come bit nei terminali. Con un elettrocervello come quello è possibile esercitare il potere a trecentosessanta gradi. Controllare il pensiero di ciascuno: il vecchio sogno die tiranni è diventato realtà. Per tacere del fatto che sanno sempre in quale parte del quadrante di Alphabet City ti trovi. Anzi” si riscosse all’improvviso, ”è meglio che ora smammi. Io ti farei rimanere, ma comprendi che... Specialmente adesso che sta nascendo il bambino.”
”Sicuro” dissi. E barcollai verso la porta.
Dove siamo: Strada O, tratto 2.
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O
”La mia è una vacation permanente” proclamò gaudente Geppo. ”Certo, lavoro, e tanto, ma è un piacere farlo. Occorre solo stare attenti ai rastrellamenti.”
Sedeva in posizione yoga su un lercio tappetino, vezzeggiato dalle sue due bambine, mentre io guardavo tra gli spiragli della finestra blindata. Fuori aveva ripreso a piovere e le strade erano ridotte a un acquitrinio, ma perlomeno il vento era calato d’intensità: il pericolo di un blizzard era dunque rimandato.
”Fanno rastrellamenti?” chiesi.
”Sempre più spesso” annuì lui. Mentre la servetta di nome Trisha gli massaggiava le spalle, Geppo batteva sui tasti del suo communicator. Proseguì: ”Arrivano dentro uno di quei grandi carri a batterie cinetiche, fanno un raid e si portano via tutti gli Illeg che trovano nel palazzo. Beh, che li accolga l’inferno” si riscosse, nel vedere Misha, l’altra ragazzina, arrivare con un vassoio carico di cibarie. ”Accomodati” aggiunse rivolto a me, e gettò sul tappeto il communicator. ”Qui ci diamo alla crapula. Ooh, sì: pantagrueliche mangiate! Nevvero, moccolone?”
Si avventarono in tre sulla montagna di Rusky e di verdure che sembravano uscite da un laboratorio chimico.
”Non hai fame?” mi chiese Geppo a bocca piena.
”Beh, se permetti...” Mi sedetti come loro a gambe incrociate e spilluzzicai un po’ di quel cibo.
”La città priva di macchine è una libidine” continuò lui. ”Peccato per la sovrappopolazione e per i disordini: siamo costretti a rimanere tappati in casa per quasi tutto il tempo. Come prigionieri volontari. Ecco che cosa succede quando interi strati di popolazione sono condannati alla disoccupazione, all'inedia. Razza di sciacalli!” esclamò, agitando il pugno verso la porta. ”Ma vabbe’” si scrollò. ”Presto in questa piccionaia ci sarà più allegria.”
Gli rivolsi uno sguardo interrogativo.
”Stiamo per moltiplicarci” spiegò lui, senza smettere di masticare. ”Guarda Misha.”
La guardai. ”Beh?”
”Il suo pancino è lievitato abbondantemente, non lo vedi? E dopo di lei toccherà a Trisha.”
Le due ragazzine dall’aspetto di anoressiche risero felici. Geppo le appellava babbione, gocciolone, bietolone, ignatone, moccicone, galeone, ghiandone, moccolone, lasagnone, maccherone, palamidone; e loro gli facevano le coccole e si lasciavano ingravidare.
”Hai qualcosa da fumare?” indagai.
”Mi spiace, qui non abbiamo di questi malvezzi. Ma ora fammi vedere.”
Mentre Trisha portava via il vassoio ripulito, Geppo si pose alle mie spalle.
”Effettivamente, qualcosa c’è” bisbigliò. ”Un ragno.”
”Un... ragno?”
”Indubbiamente. E’ così che li chiamano. Hanno l’interfaccia typus dria3 incorporato. Uhmmm... sarà difficile ma ci proveremo. Lasagnona, portami gli arnesi!”
Misha era lei la ”lasagnona” ubbidì prontamente: andò a prendere i ferri del mestiere di Doctor Geppo, che erano chiusi in una borsa di plastica, e poco dopo portò anche una bacinella di acqua bollente. Mentre Geppo armeggiava alle mie spalle, si ingegnava a distrarmi blaterando senza tregua: ”Sei senza domicilio? Ma lo sai che potrebbero sbatterti dentro? Ah, ah, ah! Paradossalmente, esiste ancora una legge contro il vagabondaggio. Viene applicata a seconda delle necessità, quando si vuole trovare una motivazione per arrestare un elemento scomodo”.
”No, per adesso ho casa, per così dire. Sono giù... nell’Underground.”
”L’Underground? Davvero? Dunque non è una leggenda! Mi interessa. Parlamene!”
”Vi sono capitato grazie a tre sagome... quattro, con il cane.”
”In quanti vivono laggiù?”
”E’ una popolazione enorme. A occhio e croce quanto una città di media grandezza.”
”Questo conferma le mie informazioni. E... sono organizzati militarmente?”
”Macché! No, non credo. Ahi! Fai piano.”
”Non pensarci” mi alitò lui dietro l’orecchio. ”Purtroppo non ho più il Radocyl. Due millilitri basterebbero ad alleviarti i... Tu non pensarci, semplicemente. Continua.”
”Credo che molti, in superficie, sappiano già dell’esistenza dell’Underground, ma entrarci non è facile. A parte tutto non rappresentano un pericolo per nessuno e solo per questo presumo vengono lasciati in pace dal regime. Si preoccupano soltanto di sopravvivere e...”
Emisi un urlo di strazio. Con una pinzetta o arnese analogo, Geppo stava rigirando il ragno nella sua alcova di carne.
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Un vento forza 5 proveniente da est spazzava le strade. L’aria salmastra che questo vento portava con sé mi riempì di botto i polmoni, facendomi vacillare. Appoggiato al muro di ardesia, dovetti inspirare più volte, finché il surplus di ossigeno non fu assorbito dal mio organismo. Mi rinserrai nelle spalle e traballai verso l’antica Quinta Strada. L’Eastern Wind entrava nella metropoli a circa 6 nodi - quasi un’arietta -, ma veniva rapidamente rinforzato dall’impatto con i grattacieli. Vidi molte persone volare come se si trovassero dentro un acceleratore di gravitoni. Sapevo che più su, verso Harlem, la spinta del vento era ancora più tumultuosa.
Mi ricordai dove abitava Giampa e, all’incrocio con la Broadway, svoltai a destra. Strisciai sulle facciate della Strada N con la sensazione di assorbirne tutta la polvere radioattiva. I numeri civici, là dove esistevano, mi si confondevano davanti agli occhi. Arrivai infine al 223: una costruzione che aveva subito diversi crolli. Vetri infranti, pavimenti scoperti e fenditure sui muri che rimanevano in piedi per miracolo.
Nell’atrio: disordine, trambusto, confusione. La feccia si ammassava nella sporcizia più totale; non era da escludere che i corpi inanimati riversi qua e là fossero quelli di vittime dei Franz.
I Franz erano scarafaggi-killer. Blatte enormi, grosse quanto il pugno di un bambino e dal carapace durissimo; quasi dei Koloss in miniatura. Sopravvissuti alla guerra nucleare, erano diventati una razza nuova: Cetonia atomara portentia. Resistenti sia alle temperature basse che a quelle alte, avevano una durata di vita di circa un anno (il doppio dei normali scarafaggi) e si riproducevano a velocità record. Contro di loro il governo impiegava insetticidi sempre più potenti, ma queste bestie diventavano vieppiù tenaci. Erano immuni all'arsenio, al boro... ”Franz” era il termine con cui venivano indicati familiarmente; forse una forma distorta di ”panzer”.
Arrivare fino al quarto piano fu un’autentica impresa. Osservato a morte da certi tipacci, bussai finalmente alla porta di Geppo, che era piena di screziature e osceni pittogrammi.
”Sì?”
”Sono Alvo. Fammi entrare!”
La tana del mio amico era protetta da una dozzina di serrature (a cilindro, a pegno, a incasso, lucchetti elettronici...) e perciò, prima che si aprisse uno spiraglio, dovetti aspettare per alcuni minuti in quell’atmosfera cupa e graveolenta; una specie di Dämmerung che conferiva al pianerottolo un aspetto irreale: i luridi muri avevano sfumature ultramarine e le ombre tutt’intorno vibravano, si scioglievano, si facevano più vicine, furiose...
Mi tuffai ansante sulla striscia di luce che si aprì tra la porta e lo stipite.
”Ah” fece Geppo, riconoscendomi, e mi lasciò scivolare dentro allargando appena un po’ lo spiraglio. Era in mutande e teneva in una mano una primitiva mazza da baseball. ”Ma guarda!” esclamò, scrollando la testa con un sorrisino incredulo. ”Chi non muore si rivede.” Ci abbracciammo.
Era piccolo, grasso, calvo e con una lunga barba grigionera. Dietro di lui spuntarono le sue concubine: due rozzers sui tredici anni che il mio amico aveva raccolto dalla strada.
”Vieni pure avanti” disse, poggiando su una parete la mazza da baseball. ”Mi casa es tu casa.”
Dall’esterno provenne un urlo come di pazzo o sordomuto.
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C’era anche un vero e proprio esercito di puttane. "Ancelle", le chiamava Basil. Lucciole di lusso, probabilmente originarie dalle antiche province russo-cinesi, e pure loro procacciatrici di beni riciclabili; solo che la loro "caccia" avveniva nell’Avenue G e in altri quarteri alti. Mentre stavo per avvicinarmi alla capannetta di X-Ray, un plotoncino di queste creature sbucò da una alley. Mi fermai ad ammirarle. Capelli biondo-platino, abiti sgargianti, calze rimboccate alle caviglie, unghie lunghe laccate di rosso e la bocca segnata dal laser-rossetto. Si apprestavano a salire in superficie. Erano un’apparizione incredibile, in primo luogo perché stonavano assurdamente con lo scempio e il grigiore dell’Underground. Persino quelle che non appartenevano precisamente alla razza umana, quelle che erano frutti di giochi d'azzardo biotecnici, facevano la loro bella figura. Una di queste mi sfiorò passandomi accanto; indossava un abito cioccolatino di lamé con la scollatura dorsale fino alle natiche.
"Stupende, vero?" mi raggiunse la voce di X-Ray.
Il giovane gigante stava seduto a gambe incrociate davanti alla sua stamberga - una tra le più spoglie di tutto l’Underground. Killer era accucciato a qualche metro di distanza e sonnecchiava.
"Hi!" mi appressai ridendo. "Stupende, sì... a dir poco. Risvegliano in me antiche rimembranze..."
X-Ray si strinse nelle spalle. "Puoi dormire con loro quando vuoi, in ogni momento. Con noi lo fanno senza pretendere niente in cambio."
"Ah, è così?" feci interessato, tornando a guardare la variegata fila di splendide creature che serpeggiava tra le baracche.
"Le ancelle sono le uniche della comunità che sgobbano per davvero" aggiunse lui. Fui distratto da un movimento repentino della sua mano: lo vidi portarsi alla bocca uno dei funghi e mettersi a ruminare con sguardo sperduto.
Mi accovacciai accanto a lui e ne fissai il profilo con aria riprovevole.
X-Ray se ne accorse. "Oddio! Non fare l’orripilato" biascicò, straripante di quella prosopopea che lo accomunava a Basil. "A me i funghi servono, sai? E’ per via dell’epilessia."
La famigerata epilessia: non era la prima volta che ne sentivo parlare, e in un’occasione mi era toccato assistere, pieno d’orrore, a uno dei suoi estemporanei attacchi.
"Per fortuna, questi... questi prodotti mi calmano i nervi."
"Ma l’epilessia si può sempre curare!" obiettai. "Ti fanno un piccolo intervento chirurgico, a quanto ne so, e te ne liberano per l’eternità."
Si volse lentamente verso di me, osservandomi con un leggero dondolio del capo.
"Non è un difetto congenito" mi spiegò. "Io sono stato nelle segrete, sai?"
Un lungo brivido mi percorse la spina dorsale. Le segrete! Il luogo più tristemente noto di Alphabet City.
"Mi hanno dato sette anni di rieducazione" proseguì X-Ray. "Ne ho fatti quattro."
"E hai resistito? Come ce l’hai fatta?"
Sbuffò pieno d‘ira. Evidentemente il fungo non aveva ancora svolto la sua azione disilettrizzante. "Non lo so neppure io. Forse perché sono di costituzione robusta. Fatto sta che mi hanno rilasciato anzitempo. Prima però mi hanno impiantato nella nuca un chip. Oltre all’interface nel cranio. Quattro-cinque volte la settimana mi collegano con il Transputer, il computer centrale, via neuro-etere, facendomi patire le pene d’inferno."
"Ah, capisco. Dunque la tua è un’epilessia indotta. Quattro anni... e devi scontarne tre."
"In teoria sì. Ma, se lo desiderano, se proprio vogliono essere bastardi fino in fondo, possono martoriarmi per tutta la mia schifosa vita."
'Martoriarmi': nessuno, negli States, usava più quel vocabolo.
Masticando con lo sguardo fisso in avanti, X-Ray domandò ad un tratto: "E tu?"
"Io?" feci, senza comprendere.
"Quanti ne devi scontare?"
"No, no" dissi con un risolino e un cenno di diniego. "Io sono libero. Un Illeg, ma senza macchie né peccati."
"Non mi inganni, Alvo." Il suo indice si puntò con lentezza esasperante sul mio collo. "Anche tu hai il chip."
La mia mano scattò istintivamente verso la nuca. Il rigonfiamento c’era ancora, il dolorino pure. Ma... chip? "By God!" borbottai scioccamente, a imitazione di Faccia d’Angelo. Mi avevano trasformato in... un biocomputer? O, peggio ancora, in un robot? Forse le mie azioni erano comandate dal Transputer e io non me ne accorgevo? Ma quando poteva essere accaduto? Per strada, in un momento di narcolessia? Nella gabbia del Gobbo? Oppure nella catapecchia della Siriana? No, impossibile... "By God!" ripetei con voce più esile. Avevo il chip neurale. Ero controllato anch’io. E nessuno finora me lo aveva detto...
Sempre tastandomi il punto cruciale (che non era situato esattamente sulla nuca, ma tra la nuca e la scapola destra), mi rimisi all’impiedi come un ubriaco.
"Malcapitati come noi" continuò a macinare X-Ray, "sono condannati a soffrire per tutta la vita. A meno che non troviamo qualcuno che ci tolga dal corpo queste diavolerie."
Mentre stavo a osservarlo allibito, lui deglutì e il suo volto assunse un’espressione se possibile ancora più abulica. "Ovviamente, il programma del Transputer che mi gira dentro la testa non fa altro che parlare di onore e fedeltà al partito. Espletare il proprio dovere, ecc. Inutile chiedere quale partito e quale dovere: al minimo segno di insubordinazione di pensiero, mi mandano una scossa terribile. Dovere, fedeltà, onore..." Cominciò a tremare violentemente.
"X-Ray?" chiesi con voce incerta.
Una schiuma grigiastra gli fuoruscì dalla bocca e gli occhi gli si rivoltarono, tanto da mostrare solo il bianco. Gli mollai un manrovescio, ma lui, invece di tornare in sé, divenne più pallido, roteò più volte la testa e, guizzando come un pesce fuor d’acqua, crollò di schianto.
"Di nuovo!" esclamò un vicino, accorrendo sulla scena del dramma. Prestandosi a portargli soccorso, farfugliò: "Ecco quel che succede da quando Mister Info è al potere. E cianciano dei miracoli della biocomputeristica!".........
Dove siamo: Strada M, tratto 2.
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Tre libri horror
Copia a nero, Sangue, macerie & vanità e In Paradiso è scoppiato l'Inferno: questi tre titoli fanno parte della produzione di franc'O'brain, scrittore di (cyber)horror, pulp e noir a cui si devono le famigerate sborror stories (TM).
I libri sono reperibili su www.lulu.com, dove è possibile leggerne anche l'anteprima. L'ultimo della trilogia è gratuitamente scaricabile come eBook (in formato .pdf).

